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La riforma protestante (1)

 

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La Riforma, Lutero, Calvino e i protestanti

Oliver Christin:
La Riforma, Lutero, Calvino
e i protestanti


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Home > Storia della Germania > Riforma protestante

Un'analisi approfondita dei motivi storici, del carattere
e delle diramazioni del protestantesimo. A cura di Enrico Galavotto.


Martin Lutero (1483-1546)

Prima parte

  • Cause storiche sociali

  • Il pretesto della Riforma

  • I limiti di Lutero

  • I luterani

  • La nascita delle indulgenze

  • Problemi suscitati dalla concezione cattolica
    del peccato

  • Il significato delle indulgenze

  • Conseguenze determinate dalla prassi delle indulgenze

  • Protestantesimo e coscienza del peccato

  • Sul concetto di predestinazione

  • Predestinazione e calvinismo

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Le cause storico-sociali

1) Critica della enorme ricchezza e dei privilegi della Chiesa romana. Decadenza morale della Chiesa (nepotismo: cariche politico-religiose-diplomatiche offerte ai parenti di papi-vescovi-cardinali; lusso della curia romana; corruzione del clero, che si è lasciato influenzare dallo stile di vita borghese, emergente in tutta Europa, mondanità...). La sede pontificia era disputata da grandi famiglie italiane (Medici, Farnese, Della Rovere).
2) Risveglio delle nazionalità (Francia, Germania, Inghilterra, Olanda, ecc.) contro il Sacro romano impero rappresentato da Carlo V con Spagna-Austria-Ungheria-Paesi Bassi, e contro l’universalismo medievale cattolico del papato. In Germania è soprattutto la grande feudalità che combatte l’impero, negli altri Stati è soprattutto la borghesia, che appoggia la monarchia nazionale.
3) Esigenze emancipative di vari strati sociali: piccoli nobili in decadenza contro la grande feudalità (soprattutto in Germania, dove la piccola nobiltà non è riuscita, come in Italia, a istituire i Comuni insieme alla borghesia); servi della gleba contro la grande feudalità (soprattutto in Germania); borghesia contro i grandi feudatari (ovunque, ma in Inghilterra la riforma anglicana si farà sulla base di un compromesso fra queste due classi).

La riforma protestante, per gli effetti di lunga durata che ha provocato, è stato l’avvenimento più importante, a livello europeo, della prima metà del ‘500. Essa rappresenta lo sbocco della crisi religiosa dei secoli precedenti (vedi i movimenti ereticali), che aveva espresso l’esigenza della riforma della chiesa; e lo sbocco del processo di formazione delle nazionalità, iniziato con la crisi dell’universalismo medievale e del sistema feudale.
La riforma provoca la spaccatura del mondo cattolico: gran parte dei popoli di lingua anglo-sassone si separano dalla chiesa romana. Solo a separazione avvenuta, la chiesa intraprende, con il Concilio di Trento (1545-63) la sua riforma interna, basata sul rafforzamento dell’autorità del papa, sull’Inquisizione, sull’Indice dei libri proibiti, sulla creazione di nuovi ordini religiosi (gesuiti, cappuccini, barnabiti, somaschi, scolopi...), su una notevole solidità dogmatica e disciplinare.
La crisi della chiesa era iniziata con la “cattività avignonese” (1305-77), in cui si verifica il trasferimento della sede pontificia ad Avignone (Francia meridionale), dopo il crollo della teocrazia papale: il che determinerà la soggezione del papato alla politica francese.
La crisi si accentua con i due “scismi d’occidente”, dopo il ritorno del papato a Roma. Durante il primo scisma (1378-1417), il Collegio dei cardinali, in maggioranza francesi, non era intenzionato ad accettare la politica di autonomia del papato nei confronti della Francia. Per questa ragione i cardinali elessero un antipapa, il quale però, dopo essere stato sconfitto col suo esercito, mentre marciava su Roma per sbarazzarsi del rivale, decise di fissare la sua sede ad Avignone.
Molti cardinali, in un Concilio di Pisa, decisero di deporre i due papi e di eleggerne un terzo, ma gli altri due non vollero riconoscerlo. Allora l’imperatore Sigismondo convocò un Concilio ecumenico a Costanza, riuscendo a far deporre i tre papi e a farne eleggere uno nuovo, riconosciuto da tutti. Il concilio decise anche di condannare le eresie di Wiclef (Inghilterra) e Huss (Cecoslovacchia), riservandosi di trattare in un prossimo concilio il problema della riforma della chiesa. Infine adottò il principio della superiorità del Concilio sul papato.
Questo principio però non piaceva ai prelati della curia romana, i quali proclamarono al Concilio di Firenze la superiorità del papato sul concilio. Per dieci anni (1439-49) il Concilio di Basilea rifiutò di riconoscere il papa di Roma ed elesse un antipapa: cedette solo dopo aver visto che il prestigio del papato romano era aumentato, in seguito alla riunificazione con la chiesa greco-ortodossa (durata meno di 20 anni), la quale aveva chiesto aiuto militare all’Occidente contro i turchi.

Il pretesto della Riforma

Fu offerto dalla questione delle indulgenze. Nel 1517 papa Leone X, volendo ricostruire la basilica di S.Pietro a Roma, e non disponendo dei mezzi necessari, aveva bandìto in tutto il mondo una speciale indulgenza per coloro che avessero fatto un’offerta in denaro. L’indulgenza (già usata nel corso delle crociate) era una sorta di condono delle pene che il credente avrebbe dovuto scontare nel Purgatorio, che il papa concedeva a quei fedeli, sinceramente pentiti, disposti a compiere particolari penitenze (pellegrinaggi, elemosine, opere meritorie...). Lo “sconto” offerto da questi certificati d’indulgenza era proporzionato all’importo del denaro.
I primi a reagire sono i cattolici tedeschi, capeggiati da Lutero, frate agostiniano. I punti fondamentali della rottura sono i seguenti:

I) Giustificazione per fede: la salvezza si ottiene direttamente dalla grazia divina e non attraverso le opere guidate dalla Chiesa; quello che conta è solo l’atteggiamento di coscienza. Non ci si salva per i propri meriti. Il peccato originale rende l’uomo incapace di bene. Solo Dio può salvare. Di questa salvezza l’uomo non può essere certo finché non muore. In attesa di saperlo deve avere la fede. Conseguenza pratica: forte individualismo, rifiuto dei sacramenti, del concetto di “opere buone”, separazione di civile da religioso (di Stato da Chiesa)...
II) Libero esame delle Scritture: contro l’interpretazione ufficiale, dogmatica, canonica, della Chiesa. Conseguenza pratica: forte intellettualismo, nascita di molte comunità e sètte nell’ambito delle confessioni protestanti, rifiuto quasi totale della tradizione ecclesiastica cattolica, subordinazione dei sacramenti/riti/culto alla Bibbia...
III) Sacerdozio universale dei credenti: contro le divisioni gerarchiche fra clero e laici. Conseguenza pratica: fine della struttura tradizionale della Chiesa, fine del monachesimo, sviluppo delle piccole comunità religiose...

I limiti di Lutero

Perché la Germania di Lutero non abbracciò subito il capitalismo? Perché Lutero invitava alla sola emancipazione di coscienza, intellettuale. Calvino invece pretese anche quella pratica, che fece appunto coincidere con l'attività economica borghese. Lutero era moderno nelle idee religiose, ma medievale nella considerazione della vita sociale. La sua liberazione dell'individuo doveva coincidere con quella della coscienza interiore (con il pensiero - dirà più tardi Hegel). Una volta costatata, contemplata l'oggettività delle cose, cioè la loro necessità, la loro inevitabilità storica (che Lutero faceva risalire direttamente a dio, e non ancora a un'astratta ragione, all'idea o allo spirito assoluto), l'uomo doveva sentirsi pago di sé.
Il luteranesimo porta inevitabilmente al fatalismo (e al culto dello Stato), poiché non ripone una particolare fiducia nell'individuo collettivo, cioè nelle masse popolari. Il contributo del luteranesimo è stato quello di aver liberato l'uomo dal peso di una tradizione culturale superata. Il limite nell'averlo liberato solo sul piano intellettuale e soggettivo. Lutero ha avuto paura delle conseguenze delle sue stesse scoperte. Di qui il rifiuto di appoggiare Müntzer.

Zwingli, Serveto, Melantone e Calvino diedero maggior peso alla cultura umanistica, e meno a quella religiosa, perché erano più agnostici di Lutero. Essi sono decisamente rivolti al futuro (borghese) e restano legati alla religione o per un interesse di tipo politico (questo in Calvino è molto evidente), o per timore di forzare troppo i tempi. Nessuno di loro ha mai avuto l'idealismo di Lutero. Non si può infatti avere un grande idealismo in campo religioso e un altrettanto grande idealismo in campo laico. Non si può essere "amanti" di dio e dell'uomo con la stessa intensità.
Zwingli, Serveto, Melantone e Calvino hanno cercato di attenuare l'idealismo religioso di Lutero, servendosi della cultura umanistica, cioè sostituendo il misticismo col razionalismo, ma nessuno di loro, sul piano laico, ha mai raggiunto le vette che Lutero raggiunse sul piano religioso. Anche questo era un segno di quei tempi. Solo nell'Italia umanistica e rinascimentale si poteva fare di meglio, ma gli intellettuali non avevano rapporti con le masse. Nessuno dei seguaci di Lutero è mai stato così radicale da abbandonare ogni riferimento di metodo alla religione, neppure dopo che la loro riforma conseguì i successi sperati.
Resta comunque significativo che la riforma del luteranesimo (pur condotta in modi diversi) abbia portato ad un'accentuazione del lato ateistico della cultura umanistica (a prescindere dalla volontà degli stessi riformatori). Lutero dunque, sul piano religioso, può essere considerato come l'iniziatore più importante di quel moderno processo di secolarizzazione che porta all'ateismo.

I luterani

Il luteranesimo è la corrente principale del protestantesimo. Oggi i luterani si chiamano evangelici, mentre i riformati si ispirano a Calvino. Nel mondo sono poco più di 100 mil. (i protestanti si aggirano sui 300 mil.). La Riforma protestante è nata con la questione delle indulgenze.

La nascita delle indulgenze

Secondo la chiesa cattolica il peccato è costituito dalla "colpa" e dalla "pena". La colpa si cancella con il sacramento della penitenza, la pena è necessaria per soddisfare la giustizia divina offesa dal peccato. Quindi, oltre al pentimento, occorrono anche delle "prove" che attestino l'effettivo pentimento (ad es. al ladro si chiedeva di restituire la refurtiva o di donare una somma equivalente in beneficenza, oppure, se non disponeva più nulla, gli si imponeva un pellegrinaggio in luoghi santi o una scomunica temporanea).

Problemi suscitati dalla concezione cattolica del peccato

C’era il rischio che il penitente potesse credersi pienamente giustificato davanti a Dio solo per aver fatto degli atti di penitenza (il cristianesimo infatti afferma che la salvezza è "dono di Dio" e che l'unico "merito" del credente sta nell'accettare questo dono). E questo rischio aumentava in misura proporzionale al sorgere dei rapporti borghesi di proprietà, che rendevano in un certo qual modo formale la prassi religiosa.

Il significato delle indulgenze

Le indulgenze erano una specie di "decreti di amnistia" scritti dal Papa, sulla base del cd. "tesoro dei meriti" di Cristo e Maria, che avrebbero dato agli uomini più di quanto non occorresse per la loro salvezza (ma in questo "tesoro" sono inclusi anche i santi e i fedeli più devoti del paradiso, la cui grandezza superava, secondo la chiesa, le pene che meritavano per i loro peccati).

In virtù di questo "surplus" di meriti, la chiesa si sentiva in diritto di diminuire o addirittura di cancellare la pena del peccatore (in vita o nel Purgatorio). Chi, pagando una certa somma, riusciva ad entrare in possesso del documento scritto (i vivi direttamente, i morti tramite i parenti ancora in vita), poteva ottenere uno "sconto" sulla pena (per i vivi anche sulle pene future), a prescindere naturalmente dalla fede personale di chi lo acquistava o di chi ne beneficiava. In tal modo i benestanti potevano facilmente mettersi la coscienza a posto.

Conseguenze determinate dalla prassi delle indulgenze

Abusi e speculazioni a non finire. La chiesa di Roma incamerava ingenti quantitativi di denaro, i mediatori che distribuivano le indulgenze esigevano una parte degli "utili". Le tariffe erano proporzionali alla richiesta del beneficio. Chi rifiutava questa consuetudine veniva considerato un "cattivo" credente (perché presuntuoso, avaro, o quasi un eretico...).

Storicamente, il commercio delle indulgenze fu assai diffuso in tutta l'Europa occidentale. agli inizi del XVI sec. Nel 1517 papa Leone X promulgò un'indulgenza plenaria, cioè un riscatto della totalità delle pene per tutti coloro che invece di recarsi in pellegrinaggio a Roma, avessero versato un obolo per la costruzione della basilica di s. Pietro. Interpretando questa iniziativa come un ennesimo abuso della chiesa romana, Lutero protestò, dando così inizio alla Riforma protestante.

Come prima conseguenza di questa protesta contro le indulgenze, Lutero arrivò ad affermare che le opere, le azioni, i meriti personali non sono sufficienti per salvarsi: la mancanza di fede in Dio, o di coscienza personale del proprio limite, non può essere sostituita dall'attivismo con cui si vuole dimostrare a tutti i costi d'essere santi, buoni e perfetti. Ecco perché -dice Lutero- le indulgenze, così come i pellegrinaggi, i digiuni, i voti di santità povertà obbedienza, non servono a giustificare. Per salvarsi occorrono due cose: la volontà di Dio e la fede dell'uomo. L'uomo si giustifica per fede e per grazia. Può fare delle "buone azioni", ma a titolo personale e non perché obbligato da qualche legge o consuetudine.

La seconda conseguenza del ragionamento di Lutero è che se le opere non servono a niente in quanto basta la fede nella grazia di Dio, allora per conoscere questa grazia è sufficiente leggersi la Bibbia (da lui tutta tradotta in tedesco). I sacramenti, la tradizione della chiesa, il magistero non hanno un valore salvifico, ma solo simbolico (i sacramenti), orientativo (la tradizione), pratico (il magistero). Non c'è nulla che possa avere un potere vincolante per la coscienza del credente. Il credente è solo davanti a Dio, incerto sul suo destino. Se si salverà è perché era predestinato.

Protestantesimo e coscienza del peccato

Una delle più grossolane ingenuità del luteranesimo è stata quella di aver accentuato la "coscienza del peccato" nella convinzione che in tal modo il credente protestante si comportasse meglio, sul piano morale e della condotta personale, rispetto al credente cattolico (la cui moralità dipende anzitutto -oggi come allora- dall'obbedienza alla gerarchia).

Il risultato della teoria sulla "coscienza del peccato" è stato opposto a quello voluto: il protestante cioè, convinto di non avere in sé la forza sufficiente per compiere il bene (in quanto irrimediabilmente impedito dal "peccato d'origine" che grava, come una condanna, sulla coscienza di ogni uomo, e quindi sulla stessa capacità di compiere il bene, e che si esprime, a livello fenomenico, nell'egoismo sociale della società divisa in classi), affida interamente alla "grazia di dio" il compito di salvarlo, riservando a se stesso quello di costruire una morale positiva sulla base della volontà soggettiva. Di qui l'inevitabile individualismo del protestante, unito a una sorta di fatalismo "etico" (che poi lo porterà a credere ciecamente nelle istituzioni).

Il protestantesimo, rispetto al cattolicesimo, è una forma d'ingenuità (la fede della libertà nell'interiorità, a prescindere dalle condizioni esterne), mentre il cattolicesimo, rispetto all'ortodossia, è una forma di malizia (la fede della libertà nell'esteriorità: potere politico, economico ecc., a prescindere dalle condizioni interne).

In tal modo Lutero, proprio mentre cercava di rendere migliore l'uomo, gli toglieva i mezzi per poterlo diventare, cioè quei mezzi sociali e politici (comunione dei beni, uguaglianza sociale ecc.) che aiutano a trasformare la realtà, e che la chiesa cattolica, da sempre, si ostina a indicare nella mera obbedienza alla gerarchia, la quale anzitutto, e non il popolo credente, lotta per una trasformazione della realtà che le sia vantaggiosa.

Il protestantesimo non ha fatto altro che legittimare sul piano etico-religioso (l'idealismo lo farà su quello filosofico-politico) una prassi, quella dello sfruttamento individuale (nobiliare o borghese che fosse), sottraendolo dal peso di un giudizio (ecclesiale, pubblico) di condanna morale. Il calvinismo, in particolare, ha sottratto la prassi borghese a qualunque giudizio etico.

Al borghese il calvinismo concede qualunque cosa, riservandosi di riprenderlo moralmente quando l'abuso è già stato commesso e ha avuto una rilevanza sociale. Il calvinismo è la religione dell'ultima ora, quella che si può utilizzare nei momenti più drammatici (come la morte, una grave malattia, una condanna penale o una catastrofe naturale, sociale, militare...).

Sul concetto di predestinazione

Il protestantesimo, soprattutto nella sua forma calvinistica, perse molta della propria rigorosità e specificità etico-religiosa man mano che le sue fila s'infoltirono di elementi borghesi. La borghesia infatti era in grado di assicurare sul piano giuridico quell'uguaglianza formale che i teorici della Riforma pretendevano di garantire, in modo non meno formale, sul piano religioso, con il concetto appunto di "coscienza del peccato". (Il cattolicesimo invece garantiva l'uguaglianza nell'obbedienza alla gerarchia, per questo va considerato come una religione medievale).

Lo sviluppo borghese del protestantesimo non è solo una diretta conseguenza delle teorie del "libero esame" e del "sacerdozio universale", ma è anche una indiretta conseguenza della teoria sulla "predestinazione", che apparentemente sembrava la più lontana dall'ottimismo borghese.

Il concetto luterano di predestinazione non ha nulla a che vedere con gli analoghi concetti che avevano le religioni precristiane. Ad es. presso gli aztechi esso era un concetto religioso che doveva infondere sentimenti di rassegnata fiducia nella bontà divina, e comportava una prassi abitudinaria, rigorosamente determinata dalla legge.

Viceversa, nel protestantesimo (soprattutto nel calvinismo) lo stesso concetto è caratterizzato da un certo ateismo, poiché la prassi ch'esso suscita è materialistica (capitalistica, se si considera il contesto storico). Il borghese protestante cioè si sente destinato o alla salvezza o alla condanna e, in virtù di tale consapevolezza, egli acquisisce il senso della relatività delle cose, dei valori. Il concetto di "valore di scambio" (come antitesi al "valore d'uso") poteva emergere solo in una cultura di tipo protestante.

Di qui la decisione del borghese calvinista di vivere la vita con assoluta libertà d'iniziativa. Il suo dio è del tutto soggetto a un ragionamento di tipo logico e individualistico. Il fatto è che se l'uomo è predestinato alla salvezza o alla condanna, diventa ad un certo punto irrilevante il suo comportamento sulla terra, anche se l'idea originaria di Lutero era proprio quella d'indurre nel soggetto, incerto sulla propria fine ultraterrena, un sentimento di angoscia esistenziale e di scrupolo religioso. Lutero non poteva immaginare una conseguenza del genere, ma essa è implicita nella sua teoria.

Inevitabilmente, il borghese, essendo legato a un'attività economica la cui riuscita è inversamente proporzionale al livello etico di responsabilità con cui la gestisce, diventa il tipo ideale di quella fede religiosa non più sicura di sé e che però vuole togliere a chiunque ogni sicurezza etica e religiosa. Se manca l'oggettività del giudizio, in quanto tutto è rimesso alla "volontà di dio", il borghese si sente autorizzato ad agire come meglio crede.

L'indifferenza ideologica della borghesia in materia di religione (nel senso che il borghese non crede nell'oggettività del giudizio), la si può riscontrare anche in questo singolare fatto, che i Paesi europei più calvinisti nella pratica (Francia, Inghilterra...), erano anche quelli che, ufficialmente, continuavano a professare il cattolicesimo.

Predestinazione e calvinismo


Il concetto protestante di predestinazione è stato elaborato in conseguenza della manifesta incapacità del credente “cattolico” di risolvere i problemi sociali dal punto di vista “cristiano”.
La predestinazione al bene o al male viene accettata nel momento stesso in cui si rinuncia a porre nella libertà dell’uomo la responsabilità del proprio futuro.
Gli uomini fanno il “bene” o il “male” non perché lo vogliono -dice Lutero e soprattutto Calvino-, ma perché così li ha predestinati Dio, il quale si serve, nella sua imperscrutabile prescienza, del bene o del male per confondere i “reprobi” e rassicurare i “virtuosi”.
La predestinazione è stata poi laicamente riassorbita dalla filosofia hegeliana con il concetto di “necessità storica”, che ha una valenza ottimistica, vicina alla provvidenza di matrice cattolica.
Infatti, la differenza sostanziale tra provvidenza e predestinazione sta in questo, che mentre per la prima il male, in ultima istanza, viene reintegrato positivamente dal bene; per la seconda invece il male è irrecuperabile. Il calvinismo deve assolutamente tenere separati il bene dal male, se vuole dimostrare il proprio ottimismo.
In fondo la predestinazione è un concetto religioso che vuole riflettere una situazione sociale basata sull’antagonismo di classe e sull’individualismo.
“Fare il bene”, nell’ottica calvinista, altro non può significare che “fare bene il proprio dovere”, deciso a priori da dio, in particolare “il proprio dovere professionale”.
Col concetto di predestinazione il pentimento è impossibile: chi sbaglia paga per sempre. Il pentimento serve per rendersi conto che non ci sono alternative, non per poter cambiare vita. Anche se la sentenza di un tribunale condannasse un colpevole a un periodo determinato di carcere, la coscienza morale degli uomini lo condannerebbe in eterno.
Chi tradisce la propria vocazione, non merita neppure di vivere. Moralmente infatti è già morto, benché fisicamente continui a vivere. Chi pecca contro dio non può essere perdonato.
E per il calvinista “dio” coincide con l'ordine costituito. Dio è la coincidenza di essere e dover essere. Chi non si adegua è perduto, perché vuole porsi contro l’ordine naturale (e sovrannaturale) delle cose.
Il calvinismo ha tolto all’uomo il libero arbitrio e ha trasformato la libertà nella necessità di obbedire a una realtà precostituita.
Probabilmente questo modo di ragionare è stato usato anche per difendere il cattolicesimo-romano del tardo Medioevo, che non voleva neanche sentir parlare di mutamenti sociali: di qui la nascita del capitalismo, nei confronti del quale il protestantesimo ha usato lo stesso ragionamento.
Il calvinismo è andato a innestarsi in una pratica sociale che spontaneamente e progressivamente si stava allontanando dall’esperienza del collettivismo cristiano (che nell’ambito del cattolicesimo-romano era fortemente contraddetta dell’autoritarismo politico del papato).
Questa pratica spontanea aveva bisogno di darsi una legittimazione teorica che le permettesse di svilupparsi e diffondersi velocemente e in maniera consapevole. Senza il calvinismo il capitalismo non sarebbe mai nato come sistema produttivo, ma si sarebbe fermato allo stadio “commerciale” (mercantile), come avvenne nell’Italia cattolica.

Ancora oggi la maggioranza degli evangelici:

1) crede in tutto quanto ha affermato Lutero;
2) nega qualunque autorità al papa e ai concili, qualunque funzione salvatrice alla chiesa;
3) afferma il sacerdozio universale dei fedeli (cioè, pur esistendo un episcopato, il clero è elettivo: non c'è sacramento dell'ordine). Ciò implica il "libero esame" della Bibbia. Per la corretta interpretazione della Bibbia, Dio manda lo Spirito a chi vuole: senza lo Spirito la ragione è impotente. Sarà poi la storia a decidere quale interpretazione era la migliore. In ogni caso l'uomo può comunicare con Dio senza intermediari. Non c'è quindi un confine preciso fra laici e pastori: le diversità sono solo funzionali.
4) I pastori (fra i quali ci sono anche le donne) si possono sposare e, come i laici, possono anche divorziare. Non sono contrari, per principio, all'aborto.
5) I sacramenti che riconoscono sono solo quelli che, secondo loro, Cristo avrebbe istituito: battesimo ed eucaristia, più che altro accettati sul piano simbolico (ad es. la frase "Questo è il mio corpo" va intesa in senso allegorico o metaforico: "Questo sembra il mio corpo"). Il battesimo può essere dato anche ai neonati. Nell'eucaristia non si rinnova il sacrificio di Cristo, neanche in forma simbolica. Il sacramento serve più che altro al credente per rapportarsi a Dio chiedendo la grazia o il perdono dei peccati. Il momento fondamentale resta il sermone.
6) Ogni altro rito (ad es. la cresima) o funzione liturgica (inclusi i paramenti sacri) è molto semplificato e austero. Il matrimonio non è un sacramento, in quanto considerato un'istituzione comune ad altre religioni: gli sposi vengono però benedetti dalla chiesa. L'unzione degli infermi è ritenuta una superstizione.
7) Non venerano Maria, gli angeli e i santi. Ignorano il culto delle reliquie e delle icone, non credono nel Limbo e nel Purgatorio. Non praticano il monachesimo.
8) Nelle chiese hanno l'altare, la croce, le candele, l'organo, pochi dipinti religiosi. Usano il pane azzimo e recitano il Credo con il Filioque.
9) Le cerimonie vengono svolte nella lingua nazionale dei credenti.
10) Le chiese nazionali sono indipendenti fra loro, però molte si riconoscono nella Federazione luterana mondiale. Comunque il Protestantesimo è diviso in tantissime correnti.
11) Politicamente affermano una netta separazione del civile dal religioso.
12) In Italia sono presenti come Valdesi, Metodisti, Pentecostali, Avventisti, Battisti ecc. (circa mezzo milione).
13) I Luterani si trovano in Germania, Scandinavia, Paesi Bassi, USA ecc. (circa 75 milioni).

Il testo è di:
Enrico Galavotti

Enrico Galavotti cura anche il sito:
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