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Leni Riefenstahl nel 1933 (a destra), insieme a Hitler.
Nel 1933, quando Hitler, dopo elezioni democratiche, diventò cancelliere, nessuno poteva sapere che cosa sarebbe successo negli anni successivi.
Erano anni in cui, in Germania, regnavano caos e insicurezza. Anche i più pessimisti non arrivavano a prevedere che solo 6 anni dopo Hitler avrebbe scatenato la seconda guerra mondiale con 50 milioni di morti,
una cifra spaventosa e inimmaginabile. Persino molti dei suoi avversari credevano che Hitler non sarebbe rimasto al potere a lungo o pensavano che non avrebbe mai potuto realizzare ciò che aveva scritto molto chiaramente nel suo libro "Mein Kampf" (La mia battaglia)...
Pochi avevano la lucidità per capire che sulla Germania stava calando un sipario che si sarebbe rialzato solo 12 anni dopo, dopo la pressoché totale distruzione della Germania e dopo gli orrendi crimini dell'Olocausto. E di questi pochi, solo una piccola parte aveva anche la possibilità di emigrare, di lasciare casa, lavoro e magari anche amici e parenti per un futuro assolutamente incerto in un paese straniero di cui forse non sapeva neanche la lingua.
Molti di quelli che rimanevano in Germania non si occupavano di politica, forse erano preoccupati per il clima rovente che dominava la vita pubblica, ma in fondo erano interessati solo a conquistare o mantenere un piccolo angolo di sicurezza e benessere, così raro nella Germania di allora.
Hitler, Brüning
o un altro politico, che differenza faceva? Per molti era più importante avere
lavoro e pane - non affatto facile in un paese con sei milioni di disoccupati.
Leni Riefenstahl era una giovane, bella e ambiziosa attrice e regista che, nel 1933, aveva già ottenuto alcuni successi e che puntava più in alto. La politica la annoiava, non ne capiva molto. Hitler la affascinava, non tanto per le sue idee politiche, ma per la forza di volontà che sembrava emanare e anche per il carattere teatrale e monumentale delle sue manifestazioni che spesso sembravano, soprattutto dopo la presa del potere, dei giganteschi spettacoli surreali.
A Hitler piacevano i film della Riefenstahl, pieni di misticismo, eroismo e culto di bellezza. Il cinema era ancora un arte relativamente giovane e la Riefenstahl era brava, riusciva a creare delle immagini mai viste prima. Hitler capiva che il cinema, le immagini potevano essere molto importanti per la sua propaganda, capiva che la suggestione che Riefenstahl sapeva evocare poteva essere utile per entusiasmare non solo i tedeschi, ma anche chi frequentava i cinema in Francia, Inghilterra e in altri paesi.

Locandina del film "Triumph des Willens" (Trionfo della volontà).
Hitler era la grande chance per la Riefenstahl e quando le offrì di girare un documentario sul congresso del partito nazista a Norimberga nel 1933 non esitò: il risultato fu "Triumph des Willens" (Trionfo della volontà - vedi la locandina
sopra), un film che oggi, sapendo a cosa avrebbe portato questa volontà, fa veramente venire i brividi. Le sue immagini monumentali e impressionanti che glorificano il partito nazista lasciano senza parole e suscitano quasi spavento per l'ingenuità con cui la Riefenstahl dice oggi che questo non era un film politico. La cosa più spaventosa è che lei forse ci credeva davvero...
Leni Riefenstahl non era nazista, per lei il nazismo era sì grandioso, ma lo vedeva piuttosto come un fenomeno estetico. Il film che girò sui giochi olimpici del 1936 a Berlino è indubbiamente un capolavoro del cinema (premiato all'epoca a Venezia e anche a Parigi), dove il culto della bellezza del corpo umano raggiunge un livello quasi mistico e che doveva dimostrare la superiorità della razza ariana. Il film piaceva a Hitler, ma non troppo: al suo stupido e provinciale razzismo dava fastidio che l'eroe indiscusso di queste Olimpiadi fosse Jesse Owens, un'atleta afroamericano che vinse quattro medaglie d'oro e che questo Jesse Owens, inevitabilmente, avesse anche un ruolo importante nel film. Alla Riefenstahl invece non importava: Jesse Owens aveva un bel corpo atletico degno di essere messo nella giusta luce.
Filmare il nazismo l'aveva portata al successo, era diventata una star, conosciuta anche a livello internazionale. È difficile credere che non sapesse e non capisse proprio niente di quello che stava succedendo nella Germania dell'epoca. Il fatto che molti attori, registi e sceneggiatori, uno dopo l'altro, sparivano dalla scena - o perché erano ebrei o perché fuggiti all'estero o perché rifugiati nella così detta "emigrazione interna" - non poteva sfuggirle. Chi voleva sapere riusciva a procurarsi le informazioni. Ma
non si vede ciò che non si vuole vedere.

Un'immagine del film sulle Olimpiadi del 1936 a Berlino.
Il successo è una pillola avvelenata, riesce a paralizzare anche persone meno ingenue di Leni Riefenstahl. Fatto sta che la fine della guerra fu anche la fine di tutte le illusioni e di tutti gli autoinganni, anche di quelli della Riefenstahl. Ma non si trattava solo di illusioni e autoinganni a livello personale - la Riefenstahl era uno dei fiori all'occhiello della cultura nazista che, del resto, era caratterizzata da una piatta e banale monumentalità. Lei era una specie di rappresentante della Germania all'estero, doveva dimostrare che non tutti gli uomini e donne della cultura tedesca erano emigrati all'estero.
Sapere di essere rappresentante di un regime di cui, alla fine della guerra, vennero alla luce tutte le atrocità, non è piacevole. Cadere dalle stelle dell'ammirazione alle stalle del disprezzo è duro. Dopo la guerra Leni Riefenstahl fu praticamente emarginata, un fatto non del tutto chiaro in un paese in cui molti rappresentanti della politica e della cultura nazista dopo poco tempo riemersero come se non fosse successo niente. Molti scoprirono all'improvviso di essere sempre stati contro Hitler, uno spettacolo non sempre piacevole, tristemente conosciuto anche in Italia.
Probabilmente c'era bisogno di un capro espiatorio, forse la conosciutissima regista doveva servire ad assumersi le colpe che (molti) altri non erano disposti ad ammettere. Ma rimane una domanda: perché proprio Leni Riefenstahl che sicuramente era meno nazista convinta di molti altri che ritornavano a galla nella Germania del dopoguerra? Secondo me il motivo è che il cinema ha il potere delle immagini, un potere che né la musica, né la letteratura, la pittura o la scultura e forse nemmeno i politici possono esercitare. Il linguaggio delle potenti e affascinanti immagini di Leni Riefenstahl si capiva anche lì dove non si capiva la lingua tedesca. I suoi film, nel dopoguerra, facevano paura perché rievocavano il losco fascino del nazismo del quale troppi erano rimasti vittima. E il motto del dopoguerra era: dimenticare a tutti i costi...
Negli ultimi anni della sua vita la Riefenstahhl è stata ancora
di una vivacità e di una lucidità mentale invidiabile. In occasione del suo 100°
compleanno ha concesso decine e decine di interviste a giornali e riviste di tutto il mondo,
aveva appena finito il suo ultimo film (un film sulla bellezza del mondo subacqueo). Ed è chiaro che in tutte le interviste si parlava anche dei 12 anni in cui era la "regista dei nazisti". E le risposte
erano inevitabilmente: "Non potevo sapere" - "Non si poteva fare niente" - "C'era anche del positivo" - "Abbiamo fatto anche della resistenza, in un certo modo" - "Anche le altre nazioni hanno..." - "Perché non si smette di parlare di quell'epoca?". Insomma, tutte risposte sentite migliaia di volte prima: un intreccio di rimozione, ingenuità vera e finta, sensi di colpa, insensibilità e delle volte (almeno secondo me) anche furbizia.
Oggi abbiamo una certa distanza con gli avvenimenti degli anni del nazismo e comprendiamo meglio l'ambiguità di personaggi come la Riefenstahl. È certamente un mito del cinema, ma a un mito non corrisponde necessariamente un grande uomo o una grande donna. Impariamo dalla sua vicenda privata - che, dal 1933 al 1945 era più pubblica che privata. Impariamo anche a distinguere verità e finzione - nel caso di registi e fotografi bravi come la Riefenstahl non è sempre facile... |