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Viaggio in Germania - La storia

Ma davvero i tedeschi non sapevano nulla
di quello che accadeva agli ebrei? (1)

 

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Home > Storia tedesca > Repubblica di Weimar, Hitler e il nazismo > I tedeschi e il nazismo

Articolo di Luisa Martinelli. Con la testimonianza (in tedesco e italiano) di Brigitta Gehrts, una signora tedesca che ha vissuto gli anni del nazismo.


L'entrata del campo di concentramento a Auschwitz (Polonia)

Ci sono domande alle quali non riusciamo a dare risposte adeguate. A volte ci rassegniamo e finiamo per dimenticare quello che volevamo sapere; ma a volte la domanda non ci lascia in pace e prima o poi ritorna. È successo anche a me.

C’è una domanda che non mi ha mai abbandonato da quando, tanto tempo fa, decisi di dedicarmi allo studio della letteratura e della cultura tedesca, una domanda per la quale ho cercato con insistenza una risposta: com’ è possibile che un popolo che ha prodotto opere di estrema elevatezza morale, ricche di sensibilità e di amore universale, lucide e rigorose nell’analizzare le debolezze ed i lati oscuri dell’uomo, abbia potuto generare e tollerare uno dei più gravi misfatti dell’umanità: lo sterminio del popolo ebraico durante il periodo del nazionalsocialismo?
.

Me lo sono chiesto ripetutamente: com’ è possibile che un popolo generoso, ligio ai propri doveri e rispettoso dei diritti altrui, che considera sacra l’amicizia ed ama la natura non abbia fatto nulla per impedire o contrastare avvenimenti che calpestavano i suoi principi? Allora forse è vero, come è stato detto spesso, che i cittadini tedeschi “non sapevano nulla”?

Cercavo una spiegazione e volevo una risposta sincera. Ho iniziato così ad interrogare proprio loro, i tedeschi, ogni volta che mi sembrava di raggiungere una confidenza tale da permettermi questa domanda. Ho cominciato verso la fine degli anni 70, durante il mio primo lungo periodo di studio passato in Germania.

Luisa Martinelli, autrice di questo articolo, è docente di tedesco nella scuola superiore da molti anni, supervisore di tedesco presso la SSIS (scuola superiore di specializzazione per l’insegnamento superiore) di Rovereto (TN) e docente incaricata presso la facoltà di Mediazione Linguistica per le imprese e il turismo dell’Università di Trento. Per alcuni anni è stata lettrice ministeriale di italiano presso l’Università di Hannover. È autrice di numerosi articoli e libri di didattica del tedesco, collabora con riviste didattiche e con istituzioni pubbliche per la formazione degli insegnanti.

Vedi anche:
Il sito di Luisa Martinelli
Per contattarla:
luimartin@email.it

A 20 anni, sorretti dall’entusiasmo e dalla curiosità, è facile essere schietti: la mia domanda era infatti spudoratamente precisa. Però non si trattava tanto di impudenza o arroganza, come qualcuno mi faceva notare, quanto semplicemente di incoscienza; si trattava certamente anche di mancanza di tatto, dovuta ad ignoranza. Non sapevo, infatti, e non capivo perché per i tedeschi fosse così difficile parlare del nazionalsocialismo. A quel tempo in Italia noi studenti discutevamo senza problemi del passato che non ci apparteneva: fascismo, Resistenza, errori dei genitori … I nostri nonni e genitori raccontavano quasi sempre senza imbarazzo quello che avevano vissuto.

Non riuscivo a capire perché invece in Germania l’argomento fosse così sgradito, come mai fosse così difficile parlare di un passato che, per quanto brutto, mi sembrava comunque superato. “Noi non c’entriamo con quel passato”, era la risposta più frequente da parte dei miei coetanei. “Non abbiamo colpa di quello che è successo prima di noi.” ”Vogliamo guardare avanti, ci interessano di più il nostro presente ed il nostro futuro.”

Mi sembrava evidente che non ne avessero mai parlato né in famiglia, né tra di loro e che non avessero voglia di parlarne, tanto meno con uno straniero. Ho capito che il loro passato non era niente affatto “superato”, ma piuttosto evitato, o volutamente rimosso.

Eppure solo qualche anno prima, appresi in seguito, quegli stessi giovani avevano mostrato ben altro atteggiamento. Anche la Germania, come tutta Europa, aveva avuto il suo il ’68, il periodo della ribellione, della contestazione globale, dell’ansia di liberarsi dalla rigidità del conformismo e delle regole consuete. In quegli anni i giovani tedeschi avevano però motivi ben più pesanti dei coetanei europei per rivoltarsi contro le generazioni precedenti, che consideravano colpevoli di avere sterminato milioni di concittadini e di avere perso la guerra in modo catastrofico.

Rinfacciavano ai loro genitori di essersi macchiati di crimini orrendi e di essersi attirati l’odio ed il disprezzo dell’umanità. Molti giovani sospettavano i propri genitori di aver collaborato a quei crimini, di averne approfittato e beneficiato e, nel minore dei mali, di avere comunque tollerato e taciuto. Capitava, come mi hanno riferito con vergogna e dolore anziani tedeschi, di sentirsi chiedere con rabbia dai propri figli se le lampade del loro appartamento fossero fatte con la pelle di ebrei, se ci fossero in casa oggetti appartenuti ad ebrei, avuti a prezzo irrisorio da gente in fuga, barattati o ricevuti direttamente dai campi di concentramento. Il conflitto fra genitori e figli deve essere stato terribile in quegli anni, o forse era già iniziato molto prima: i giovani tedeschi non riuscivano a superare un passato che sentivano ingombrante ed ineluttabile, imposto dai vincoli di sangue.

Negli anni successivi, durante ulteriori soggiorni più o meno lunghi in Germania, si è confermata la mia impressione che il nazionalsocialismo e la persecuzione degli ebrei fossero, per i tedeschi, argomenti tabù, velati di sospetto e di imbarazzo. E, soprattutto, i tedeschi non erano disposti a parlarne con chiunque. Io ho continuato a chiedere, sebbene con più prudenza, con più tatto, solo se “sentivo” una certa disponibilità e confidenza; volevo sinceramente capire, volevo sapere per comprendere, non certo per giudicare. Per avvicinarmi alla “verità”, tuttavia, avevo compreso che dovevo cercare gli interlocutori fra i diretti testimoni, dovevo parlare con gli anziani che avevano vissuto in Germania in quel periodo, non con i loro figli e nipoti miei coetanei. Ci ho provato.

Qualcuno mi ha detto chiaramente di non voler parlare di questo problema, perché è impossibile capire e giudicare obiettivamente oggi la situazione di allora. Da persone anziane e da vecchi ho sentito storie toccanti, raccontate a volte con trepidazione e prudenza, a volte con ostentato distacco, ma quasi sempre con l’emozione di chi rivive sensazioni forti ed indelebili, dolorose o imbarazzanti. Ognuno conservava una sua personale esperienza del periodo nazista. C’era chi aveva avuto parenti in carcere o ai lavori forzati perché iscritti in partiti di sinistra; chi era stato costretto a rinchiudere un giovane fratello debole di mente in casa di cura, per ricevere da lì a poco l’avviso di un improvviso decesso; chi aveva visto scomparire un po’ alla volta i vicini di casa ebrei e credeva (o voleva credere) che se ne fossero andati spontaneamente; chi, allora giovane studente, era stato ripreso severamente dal professore, solo perché aveva chiesto notizie di un compagno di classe ebreo che non era più venuto a lezione.

Si tratta di esperienze accennate, più che raccontate, mai dettagliate ed ostentate. In queste storie ho avvertito spesso un senso di impotenza, la consapevolezza di non aver avuto il coraggio di chiedere spiegazioni, la tristezza e la rabbia di aver avuto paura, l’ammissione di aver sempre e solo accettato ed ubbidito. “Ma sì, qualche notizia trapelava, giravano delle voci, anche se non si
poteva, non si osava chiedere nulla, ma quello che realmente succedeva agli ebrei, no, no, quello non si sapeva!”

Da qualche tempo ho smesso di chiedere: sono consapevole che l’argomento può evocare ancora sensazioni e ricordi spiacevoli, pudore o reticenze non voluti, inquietudini e rancori non assopiti. Che diritto ho io, di forzare ricordi, di frugare nelle intenzioni, di estorcere ammissioni di colpa o suscitare reazioni di difesa? È una violenza che oramai evito, soprattutto con le persone che mi sono care. Non si tratta, tuttavia, di ignorare la questione, quanto piuttosto di trattarla cambiando la prospettiva, rivolgendo lo sguardo al presente e al futuro anziché al passato.

Alcuni anni fa, durante una lunga permanenza in Germania, ho stretto amicizia con un’anziana signora, ex insegnante di lingue straniere, colta ed intelligente, interessata e partecipe alla vita culturale e sociale; quando Hitler andò al potere aveva 11 anni. Anche a lei ho posto la mia solita domanda: “Ma tu non sapevi nulla di quello che succedeva agli ebrei durante il periodo nazista?” È rimasta per un po’ in silenzio e mentre già mi pentivo di averglielo chiesto, mi ha pregata di lasciarle un po’ di tempo per riflettere: voleva darmi una risposta sincera e ponderata, che mi
aiutasse meglio a capire.

Dopo qualche giorno mi ha consegnato la risposta in una lunga lettera che conservo fra i ricordi più cari: vi si intuisce il dolore del ricordo, lo sforzo di superare l’emotività con lucida analisi e di spiegare o giustificare anche a se stessa l’accettazione passiva di situazioni sconcertanti; ma c’è anche speranza e fiducia nella ragione umana e generosità nel volere spartire con me la sua esperienza.

Ora, dopo quasi nove anni, ho pensato di usare questa testimonianza non solo come “esercizio di traduzione di testo autentico” su argomenti inerenti il programma scolastico, ma soprattutto come punto di partenza per una discussione su temi attuali.

La traduzione della lettera (già suddivisa in capitoli da chi l’ha scritta) è stata fatta in gruppi dagli studenti della mia classe 5L D, poi rivista e commentata assieme. Le lettrici Eleonora ed Andrea, presenti in alcuni momenti di questo lavoro, hanno integrato il testo con la loro esperienza personale e con il loro interessante punto di vista “di tedesche”. La discussione che ne è seguita ha dato l’opportunità di mettere a fuoco e di riflettere su alcune situazioni che si ripropongono nel nostro presente e che rivelano che la questione, purtroppo, non riguarda solo il popolo tedesco, ma tutti gli stati della terra:

  • Il bisogno di sicurezza, gli interessi personali e la sfiducia nella giustizia potrebbero portare anche oggi i cittadini a cercare protezione in poteri “forti”, magari a discapito della democrazia?

  • Come possono intervenire i paesi democratici di fronte a palesi violazioni dei diritti umani in altri paesi?

  • Cosa possiamo fare NOI per impedire i genocidi che avvengono tuttora nel mondo?

  • Nonostante oggi sembri essere estremamente facile reperire e divulgare notizie da tutto il mondo, sono veramente complete ed obiettive le informazioni che riceviamo?

Leggete qui (in tedesco e italiano)
la testimonianza di
Brigitta Gehrts, una signora tedesca
che ha vissuto gli anni del nazismo.

Vedi anche:

Da dove viene l'odio verso gli ebrei?
Nella storia della Germania l'antisemitismo ha trovato un'espressione particolarmente violenta e orribile. Ma non è certo una invenzione di Hitler, né è qualcosa nata e sviluppatasi solo in Germania. Questo intervento cerca di analizzare le varie fonti dell'antisemitismo.

Adolf Hitler, la Repubblica di Weimar e la seconda guerra mondiale
Tutti hanno sentito parlare di Hitler. Ma chi era veramente? La risposta trovate qui, nel testo integrale di una conferenza (in lingua italiana) che potete leggere online o scaricare nel vostro computer.
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