Letteratura e cultura tedesca

Heinrich von Kleist - vita e opere

Articolo di Daniele Brina.

Heinrich von Kleist (1777-1811)
disegno: Peter Friedel (1801)

Premessa biografica:

Il 18 ottobre 1777 nasce a Francoforte sull’Oder Bernd Wilhelm Heinrich von Kleist. La sua vita è densa di travagli fisici e interiori, di spostamenti e cambiamenti. Già all’età di undici anni viene inviato a Berlino. Nel 1792 entra nel reggimento della guardia di Potsdam. Divenuto nel 1797 tenente compie un viaggio nello Harz e intraprende studi matematici e scientifici. Subito nel 1799 Kleist abbandona la carriera militare e incomincia a dedicarsi assiduamente alla letteratura, alla scrittura e al teatro. Torna a Berlino per poi trasferirsi in Svizzera, a Thun. I numerosi viaggi tra Berna, Parigi, Ginevra e Milano non lo aiutano a superare la profonda crisi fisica e psichica che lo attanaglia tanto da abbozzare i primi piani di suicidio.

Ritorna in Germania nel 1803 per dedicarsi alla carriera di funzionario prussiano a Berlino, carriera abbandonata solo tre anni più tardi. Dopo l’ennesimo soggiorno, questa volta a Praga nel 1809, si ammala e ha un definitivo crollo nervoso dal quale non si riprenderà fino al suicidio avvenuto il 21 novembre del 1811 al Wannsee, presso Berlino, insieme alla sua intima amica Henriette Vogel.

Le sue opere:

Questa premessa biografica inquadra la vita inquieta ed errabonda di uno dei più grandi poeti e drammaturghi che la letteratura, non solo tedesca, possa annoverare. Al giovane Heinrich l’ordine del mondo appare subito come un’illusione dove a dominare è il caso, il dubbio, l’angoscia. L’uomo è una marionetta appesa ai fili del destino come dirà alla fine dei suoi giorni nel celebre saggio Über das Marionettentheater (Sul teatro delle marionette).

Come anticipato Kleist si interessa inizialmente di scienza salvo poi scoprire, con amara delusione, che altro non sarebbe che un cumulo di mere nozioni tecniche che non risolvono le sue incertezze; in questa chiave l’illuminismo non fornisce le risposte che sperava di ottenere. Nasce una prima crisi, ma lo scrittore, voltate le spalle alla scienza, si dedica all’arte e alla poesia. L’idillio è solo apparente. Abbraccia il romanticismo, ma in una maniera assai particolare: spesso sovverte i temi della corrente culturale o addirittura li contraddice. Fondamentale il suo interrogarsi sul Sehnsucht ovvero il senso di inquietudine, turbamento oltre al tentativo di decifrare l’assoluto, l’infinito, l’illimitato. Dopo lettere che ci testimoniano quanto fosse antifrancese e lo squallore causato dal fallimento degli ideali rivoluzionari si concentra sulla drammaturgia.

Dai primi dell’Ottocento diventa scrittore professionale e compone il primo dramma per teatro quando si trova a Thun, in Svizzera, nel 1802. L’opera viene titolata Die Familie Schroffenstein (La familia Schroffenstein) e getta già le basi dello stile kleistiano: crollo di certezze, tragicità della condizione esistenziale, incomprensione totale della realtà che, nel tentativo di essere compresa, fa emergere ulteriore oscurità e dubbi. I medesimi temi si riscontano nel Robert Guiskar prima di invertire momentaneamente la rotta e comporre due commedie teatrali come Amphitryon e Der zerbrochne Krug (La brocca rotta). Geniale trasposizione e rielaborazione della pièce di Molière la prima, parodia estrema della giustizia la seconda. In quest’ultima ogni cosa è l’opposto di quello che sembra, la menzogna acquista il credito della verità e la corruzione giustifica e legittima il giudizio.

Nel 1807 comincia a scrivere racconti, il primo dei quali è Das Erdbeben in Chili (Il terremoto in Cile). Qui l’uomo diventa una folla compatta, unanime nell’aberrazione religiosa e nella malvagità. Ciascuno pone fiducia, ingenuamente, negli altri in una situazione critica come una catastrofe naturale. E lo stile si conforma all’argomento: dialoghi serrati e furiosi, ritmo veloce, numerose esclamazioni. Qui il desiderio di vita e morte si scambiano continuamente i ruoli fino a non distinguersi più.

Il 1808 è forse l’anno più ricco nella produzione di Kleist; a livello teatrale conclude Penthesilea e Die Hermannsschlacht (La battaglia di Arminio). La prima è un’opera a lungo dibattuta: l’autore descrive in maniera radicale l’eros e porta alle estreme conseguenze le sue convinzioni sia mondo, sia sul linguaggio; la rottura con il canone classico è definitiva; regna il caos totale e la scrittura di Kleist riflette perfettamente il contenuto del dramma di stampo greco, ma rivisitato e ribaltato. I grafemi hanno un valore enigmatico e indicano tutt’altra funzione di quello che rappresentano. Forma e testo sono resi volutamente indecifrabili. Proprio come l’anima della protagonista, Penthesilea si carica di questo messaggio provocatorio, dove ogni cosa è una maschera che cela altro, dove la realtà è un insieme di forze opposte e disgreganti, un gigantesco Rätsel (enigma). Questo azzeramento semiotico è un attacco all’epoca dello scrittore. Cerca di dire, spiegare l’indicibile, ma proprio perché tale non può essere analizzato e razionalizzato da alcun parametro. Quello di Kleist è dunque un teatro non rappresentabile, va più letto che riprodotto.

Cerca invano di estrinsecare il plesso tragico dell’esistenza scrivendo altri racconti: Die Marquise von O… (La marchesa di O…), Die Verlobung in St. Domingo (Il fidanzamento a Santo Domingo) e Das Bettelweib von Locarno (Il mendicante di Locarno). Kleist per l’ennesima volta ribalta, capovolge e scoperchia l’abissale e mostruosa forza dell’istinto che spiazza l’uomo. Il tragico diventa comico e viceversa. L’amore diviene violenza, gli angeli sono demoni celati. Tutto è e tutto si contraddice.
Le sue ultime fatiche teatrali sono Das Käthchen von Heilbronn (Caterina di Heilbronn) e Prinz Friedrich von Homburg (Il principe di Homburg) entrambe del 1810. Nella prima, Das Käthchen Kleist effettua l’esperimento di creare un personaggio doppio e perfettamente speculare a Penthesilea: sono le due facce di una medaglia che porta segni opposti e reciproci. Logica e verità non hanno diritto di cittadinanza. Nel Principe di Homburg, attraverso il sogno, rimarca l’importanza e la profondità dell’inconscio dell’animo umano e quanto esso domini l’individuo dietro l’apparenza.

Chiudono la sua carriera i racconti Der Zweikampf (Il duello), Der Findling (Il trovatello) e Die heilige Caecilie (Santa Cecilia) oltre al romanzo Michael Kohlhaas dove riversa frustrazioni e furore nei confronti dei soprusi subìti come funzionario nell’apparato dello stato prussiano e della sua burocrazia. Il suo saggio sul teatro delle marionette conduce un sottile studio sull’anima, una perla metafisica e una sorta di dialogo socratico. Come per certi versi farà Hölderlin, l’uomo dovrà depurare la propria coscienza, svuotarla, liberarsi di tutte le artificiosità che consentano al cammino dell’anima di lasciarsi manovrare da qualcuno superiore a noi, proprio come la marionetta. Tornare insomma ad un’antica purezza.
Tra il 1809 e il 1810 Kleist è giornalista e scrive sul primo quotidiano berlinese pubblicato nella sua edizione serale, der Berliner Abendblätter che trattava reportages di attualità oltre a commenti socio-politici.

La toma di Heinrich von Kleist a Berlino-Wannsee
foto:  Jochen Jansen
Heinrich von Kleist, rinnegato e poi riscoperto, dà vita a metafore ardite, paradossi sconcertanti, contrasti che generano incomprensione; i suoi personaggi sono passionali, ribelli, squilibrati, fulcri di tensione e vittime dell’apparenza oltre che affetti da patologica sofferenza. Tutti, come il loro creatore e demiurgo, in lotta contro un destino che occulta e che viene sentito come assurdo.
 

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