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La "Pentesilea" di Heinrich von Kleist
e la "Morte di Empedocle" di Friedrich Hölderlin

Testo integrale di una tesina di Daniele Brina.
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  Friedrich Hölderlin
a sinistra: Heinrich von Kleist (1777-1811)
a destra: Friedrich Hölderlin (1770-1843)

Informazioni generali:

Titolo della tesina:
La parola che condanna e la crisi del linguaggio: la "Pentesilea" di Heinrich von Kleist e la "Morte di Empedocle" di Friedrich Hölderlin

Autore:
Daniele Brina

Università:
Università degli studi di Bergamo, Facoltà di Lettere e Filosofia

Anno di scrittura:
2006

Conclusione della tesina (per leggere l'intera tesina vedi il link sotto):

Nell’argomentare l’utilizzo del linguaggio da parte di due autori come Heinrich Von Kleist e Friedrich Hölderlin si possono effettivamente notare notevoli analogie e differenze.

Per alcuni aspetti sia Kleist che Hölderlin, praticamente contemporanei, aderiscono a tratti compositivi molto simili, seppur con finalità spesso diverse. Una costante che si pone in evidenza dall’analisi linguistica di Pentesilea e della Morte di Empedocle è il sistematico e progressivo scorticamento del senso del linguaggio stesso. Nei momenti topici delle due opere, ovvero la lacerazione interiore dei due protagonisti, sulla scena appare una sorta di compresenza tra bene e male che fa vacillare il senso del mondo.

Ogni cosa diviene un paradosso, nulla più si distingue facendo erompere una forza tragica che si attiene a questa imperscrutabilità del tutto. Sia in Kleist che in Hölderlin vi è una forte volontà di portare all’estremo livello il linguaggio attraverso costruzioni di frasi a volte spezzate a volte tirate sino all’assoluto, per arrivare all’innocenza, ad una purezza, ad una rivelazione.

Le parole, le proposizioni sono fondanti perché grazie a loro si dà modo alle idee e ai pensieri degli autori di formarsi. La lingua fabbrica l’idea per raggiungere una verità tramite però logiche ab adsurdum, dove gli estremi si toccano e si annullano a vicenda, manifestando mistero ma anche le incognite dei significati e la comparsa di enigmi puri.

L’apparizione e la rivelazione dell’essere, degli enigmi, dell’essenza del tutto arriverà dunque nei momenti di lacuna, nelle depressioni del significato, cioè in quelle conche di vuoto in cui la coscienza, tesa all’estremo, ha perso la sua presenza sull’uomo, e solo allora potrà ricollegarlo a Dio e al mondo celeste, acquisendo la grazia e la sensibilità perduta.

Sia Pentesilea che Empedocle sono ritratti di un’essenza umana in grado di rammentare di continuo l’assenza di certezza dell’uomo stesso, i suoi vincoli e le sue aspirazioni per ricondurre il tutto ad uno stato di maggior naturalezza e immediatezza.

Entrambi i protagonisti si esprimono con l’ausilio di parole misteriose, criptiche, tali da sottendere una riflessione più complessa sia sul linguaggio, sia sull’essere. Il testo di Kleist e quello di Hölderlin prendono letteralmente forma tra le pieghe di tensioni espressive e verbali che conducono inesorabilmente ad una condanna, ad una lacerazione che strappa il senso stesso di ogni vocabolo, lo ruota, lo ribalta, lo abbassa e lo innalza sino alla sospensione e all’indistinzione dei significati.

Con i due autori affrontati si parla infatti di un linguaggio tragico che si colloca sulla soglia, sul confine, dove la scrittura conosce il momento tragico come momento del limite tra soluzione e non soluzione, estrema unione ed estrema rottura.

Le due opere evidenziano l’importanza di un ritorno ad un linguaggio primordiale, delle origini, che non stabilisca differenze, ma anzi che possa disporre di infiniti significati e sia libero da regole e convenzioni. D’altro canto sia Kleist che Hölderlin possiedono nei loro testi un rigore ed una precisione linguistica inaudita; ogni singola parola deve avere un effetto in sé per sé, con ritmi e sintassi molto liberi e particolari che richiedono al lettore molta concentrazione.

L’arte e la scrittura per Kleist, la poesia per Hölderlin sono l’unico rifugio da ogni cosa, che pur non potendo più offrire un senso, possono almeno dare una consolazione.

Sia Pentesilea che Empedocle ci vengono presentati e descritti come del tutto spersonalizzati, incarnando la tragedia della creazione artistica. I due protagonisti sono letteralmente intrappolati in giochi di specchi in cui le forze, il senso e le distinzioni si annullano e non permettono loro di essere se stessi; uniscono in loro gli estremi in lotta, il bene e il male, attraverso una fitta trama e intelaiatura dove, come asserisce Cesare Lievi nella sua introduzione alla tragedia di Empedocle “la colpa non è più una sillaba di orgoglio, ma una sorta di insufficienza connaturata
all’essere storico, una mancanza di individualità. La colpa è destino.”

Entrambi i drammi sono percorsi da una rete di simboli all’interno del linguaggio che indicano le direzioni alto e basso, discesa e caduta. Pentesilea, ma anche Empedocle, sceglieranno infatti la medesima strada, quella che porta verso l’alto, verso la spiritualità pura.

In conclusione numerose analogie fanno da tematiche cardine oltre che da cornice alle opere qui considerate dei due scrittori: arte, natura, linguaggio, il trionfo della forza anarchica e primitiva dell’istinto che apre la strada ad inevitabili tragici epiloghi.
Pentesilea ed Empedocle incarnano una lotta contro il destino, contro l’avversario, ma soprattutto un conflitto contro ciò che si trova all’interno di loro stessi, di cui il linguaggio se ne fa portavoce e specchio.

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