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Nel momento letterario e culturale del Settecento
europeo si presenta nella fantasia degli scrittori e agli occhi
(forse increduli) dei lettori il personaggio tragico della fanciulla
perseguitata dal libertino avido che attenta alla sua Virtù (con la
“v” maiuscola, indispensabile nel Settecento) e che, alla fine,
riesce in qualche modo a compromettere. Di solito, si tratta di un
nobile solo per lignaggio, del signore della casa che insidia la
cameriera, o ancora un losco figuro di generica provenienza che
circuisce una giovinetta ingenua e casta per il suo turpe scopo
ovvero corrompere la sua preziosa verecondia. A volte la fanciulla
in questione non cede e ciò la porta inevitabilmente alla morte,
altre volte subisce in ogni caso la sua corruzione spirituale e
fisica. |
Chi è Sabrina Bottaro,
l'autrice
di questo testo?
Sabrina è laureata in "Lingue e Letterature Straniere". Si interessa di critica letteraria, cinema, letteratura e scrittura creativa. Ha frequentato un corso di formazione editoriale e lavora come insegnante di lingue e come traduttrice freelance.
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Nel Settecento e nell’Ottocento giovinette perseguitate sono: Emilia Galotti dell’omonimo dramma borghese dell’illuminista tedesco
Gotthold Ephraim Lessing (1772); la giovane Cécile corrotta da
Valmont, il libertino de Le relazioni pericolose (1782) di Pierre
Choderlos de Laclos che cospira con madame Merteuil per plagiare
anche un’altra dama; Justine o le disavventure della virtù (1791)
del Marchese De Sade (forse l’originale, la più famosa…), e la
Margherita del maestoso Faust goethiano (1808 e 1832). Nel The Monk
dell’inglese M.G. Lewis le fanciulle braccate sono due: Antonia ed
Agnes, minacciate dal solito vizioso in un’atmosfera da macabro
brivido infernale. Precursore di quello che sarà il tema letterario
più in voga del secolo apparentemente di esclusiva proprietà dei
Lumi è tuttavia l’inglese Samuel Richardson con i romanzi
sentimentali Pamela o la virtù riconquistata (1740) e Clarissa
Harlowe (1748), due cameriere dal destino diverso (la prima sposa il
suo seduttore per evitare la vergogna, la seconda morirà pentita di
aver ceduto) ma accomunate dalla stessa persecuzione.
L’Emilia Galotti di G. E. Lessing è un dramma teatrale in cinque
atti ambientato nel principato di Guastalla, da qualche parte
nell’Italia rinascimentale, dove i personaggi principali ruotano
intorno alla giovane ma, come vedremo, tenace Emilia. In primo luogo
abbiamo il principe Ettore Gonzaga che nel dramma sarà chiamato
semplicemente il Principe; poi il suo ciambellano Marinelli; quindi
i genitori di Emilia, Odoardo e Claudia Galotti e, infine, il conte
Appiani che ha il ruolo difficile del fidanzato di Emilia. Figura di
rilievo è il pittore Conti che, soprattutto nelle prime scene del
dramma, pronuncerà notevoli massime sull’arte e l’amore (“Noi
dipingiamo con occhi da innamorati; e solo occhi di innamorati
dovrebbero giudicarci…”).
La trama è quella di un thriller contemporaneo. Il viziato Principe
vorrebbe incatenare a sé, nel ruolo dell’amante, la borghese Emilia
Galotti e vede il suo rapimento come l’unico modo per riuscire nel
suo intento. Coinvolge perciò il suo ciambellano, il cinico
Martinelli (“Non è la prima volta che una ragazza viene rapita con
la forza, senza che la cosa abbia affatto l’apparenza di un
rapimento”), e la rinchiude in un castello dopo aver fatto sì che il
suo promesso sposo, il Conte Appiani, non vada in nessun caso a
reclamarla. Emilia deciderà di uccidersi piuttosto che sottomettersi
alle lusinghe del Principe per conservare sia la sua virtù sia la
sua moralità. Chiede dunque al padre Odoardo di ucciderla con un
pugnale nello stesso castello dove è tenuta prigioniera e quindi la
sua è una fine nobile, morirà “come una santa” fra le braccia del
padre.
Considerata da molti la prima tragedia politica tedesca (meglio
forse antitirannica), l’Emilia Galotti è, allo stesso tempo, dramma
borghese e critica (non come denuncia sociale, però) della corte
dell’epoca che non risparmia sentenze affilate (“…non cerchiamo di
apparire saggi là dove siamo soltanto fortunati”, battuta di
Odoardo) né aforismi mordaci (“Non basta che il consiglio di uno
sciocco sia buono, una volta tanto: ci vuole anche un uomo abile per
metterlo in pratica”, battuta del Principe).
Emilia è la solida eroina che avverte dentro di sé il dissidio fra
la sua infinita forza morale e la paura di cedere alla seduzione del
Principe e finisce per scegliere la morte come terza soluzione.
Nell’eterna lotta fra bene e male, la morte come soluzione estrema
per evitare il peggio ha la meglio sull’animo di una giovane donna
spaventata, ma allo stesso tempo sicura di sé e della sua onestà.
Emilia è convinta delle sue idee (“…il vizio altrui può renderci
complici contro la nostra volontà!”) e nella solenne scena della
morte (atto V scena settima), diventa la paladina dell’integrità
fisica e spirituale (“Chi non può opporsi alla violenza? Quello che
si chiama violenza è niente: la seduzione è la vera violenza!”).
Il personaggio del Principe è enigmatico; da un lato egli non esita
a far rapire Emilia per realizzare il suo scopo, dall’altro appare
in fondo un po’ patetico e titubante. È Marinelli a confortarlo nel
dubbio e a convincerlo della furbizia della sua azione (“L’arte di
piacere…di persuadere…arte che non manca mai a un principe che
ama”). Il Principe non è il tipico libertino crudele, è forse solo
un innamorato convinto di avere diritto di vita e di morte
sull’amato bene (all’incitamento retorico di Marinelli, risponde:
“Ho già dato oggi una pessima prova di quest’arte”), e forse non
avrebbe mai immaginato un tragico epilogo come quello che Emilia
alla fine sceglie per il suo onore e per quello della sua famiglia.
Un motivo per leggere Emilia Galotti? Sicuramente per avere un’idea
di come il più grande drammaturgo tedesco illuminista vedeva la
parte “nobile” della sua società, ma anche per iniziare il percorso
di lettura del tema della fanciulla perseguitata dal punto dove esso
si confonde con un forte amore manipolato e interpretato
erroneamente dai membri di una corte.
Scegliamo di concludere riportando le parole di Claudia, la madre di
Emilia, alla figlia nel tentativo di giustificare il gesto ultimo
della fanciulla con la sua pura innocenza e con la sua palese
inconsapevolezza: “Il principe è galante, e tu non sei molto avvezza
al linguaggio vacuo della galanteria. Una gentilezza viene presa per
un sentimento, una adulazione per una dichiarazione, un capriccio
per un desiderio e un desiderio per un fermo proposito. In questo
linguaggio niente equivale a tutto, e dire tutto è come se non si
dicesse niente.”
Sabrina Bottaro |