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La sacerdotessa Pizia e Apollo
"La Pizia profetava a casaccio,
vaticinava alla cieca,
e poiché altrettanto ciecamente veniva creduta,
nessuno ci faceva caso se le sue profezie non si avveravano quasi mai,
o solo qualche rara volta…"
Friedrich Dürrenmatt ne "La morte della Pizia"
Nella mitologia greca, la
Pizia era l’eletta sacerdotessa del dio Apollo a Delfi che, seduta sul
suo tripode e avvolta dal vapore, profetizzava agli uomini il volere
degli dei attraverso uno spiritato (e solenne) vaticinio, quasi una
liturgia della religione politeista. Nel racconto "La morte della Pizia"
di Friedrich Dürrenmatt, pubblicato nel "Mitmacher" nel 1976, la
profetessa di Apollo diventa “un’imbrogliona che improvvisava gli
oracoli a casaccio, secondo l’umore del momento”, l’ultima delle pizie
che appaiono come la versione antica delle cartomanti di oggi.
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Friedrich Dürrenmatt, scrittore svizzero del Novecento (1921-1990), tiene in modo
particolare alla parodia (un altro tentativo riuscito è "Il Minotauro")
e con questo racconto, piccolo capolavoro della burla ironica, ci
presenta un mito che assomiglia a una caricatura, prendendo tuttavia le
dovute distanze dalla satira e dal sarcasmo infondato. Perché la messa
in ridicolo della Pizia è motivata dalla ragione prima del suo autore,
ovvero l’investigazione e l’interpretazione dello straordinario arcano,
il protagonista assoluto del racconto, che fa uscire pazzi gli antichi
greci che gli si accostavano con fede incondizionata. |
Chi è Sabrina Bottaro,
l'autrice
di questo testo?
Sabrina è laureata in "Lingue e Letterature Straniere". Si interessa di critica letteraria, cinema, letteratura e scrittura creativa. Ha frequentato un corso di formazione editoriale e lavora come insegnante di lingue e come traduttrice freelance.
Per mettersi in contatto con l'autrice scrivete al webmaster di
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La Pizia di Dürrenmatt è
una vestale stanca e vecchia che desidera “morire con dignità, almeno
quello, senza fare sciocchezze” perché “da tempo ormai quel che accadeva
in Grecia non le importava più.” La Pizia di Dürrenmatt “si cucinava il
semolino e lo lasciava lì perché si addormentava”. Questa Pizia è una
forza della natura a giudicare dalle frasi misantrope e selvagge che mai
avremmo immaginato di sentire da un’austera sacerdotessa di Apollo, una
leggenda, un’icona, in fondo triste e decadente, che ha costruito il suo
mito intorno all’assurdo e invadente desiderio dell’uomo di sapere oltre
i confini.
Il punto di svolta del racconto è la riflessione della Pizia ormai
prossima alla morte che, nel luogo dove ha lavorato per tutta una vita,
“si domandò come avvenisse il morire: era emozionata, pregustava
l’avventura”, quasi come se non vedesse l’ora di liberarsi del fardello
della curiosità senza limite degli esseri umani. In una divinazione
diciamo “privata” dove ella interagisce con gli altri miti durante una
specie di visione, la Pizia ripercorre la sua sfolgorante carriera,
lanciandosi in teorie e divinazioni bizzarre sul fantastico mondo al
quale appartiene: la storia incredibile di Edipo, la forza sovraumana di
Eracle, la sua personale e storica rivalità con il gran sacerdote
Tiresia, il matrimonio di Cadmo e Armonia, la Sfinge, “quel beone di
Prometeo”, personaggi che le parlano ricordando la loro vecchia
amicizia. Poco importa se, nella sua riflessione, la Pizia definisce
l’attività di Apollo (la nascita e il tramonto del sole portato a spasso
sul carro condotto dallo stesso dio) come “il solito, sempiterno
spettacolo kitsch”. La Pizia riflette infine sugli uomini e sulla loro
natura, sulla giustizia fino all’ultima, sagace profezia che li
riguarda. Il racconto si conclude con un colpo di scena repentino e
minaccioso, ma forse il lettore si aspettava qualcosa del genere alla
fine di una lettura così irriverente che non poteva terminare soltanto
fra scenografici vapori mistici e oracoli dietro compenso per pagare la
pensione alla Pizia.
C’è un solo motivo per leggere "La morte della Pizia" ed esso risiede
nella più assoluta e totale presenza spassosa di ironia e di arguzia
sulle narrazioni fantastiche considerate forse un capitolo a parte della
letteratura greca. Se ciò ancora non convince, citiamo le prime righe
del racconto come corroborante invito alla lettura: “Stizzita per la
scemenza dei suoi stessi oracoli e per l’ingenua credulità dei Greci, la
sacerdotessa di Delfi Pannychis XI, lunga e secca come quasi tutte le
Pizie che l’avevano preceduta, ascoltò le domande del giovane Edipo, un
altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi
genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli
aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai
loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente
Zeus in persona si fosse giaciuto con loro”.
Sabrina Bottaro |