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Il conflitto tra scienza e etica nel teatro tedesco del dopoguerra (Brecht, Dürrenmatt, Kipphardt)


Tesi di laurea di Elena Ossella De Filippo
Bertold Brecht  Bertold Brecht  Bertold Brecht
Bertolt Brecht - Friedrich Dürrenmatt - Hainar Kipphardt
foto: Jörg Kolbe - Elke Wetzig- kulturportal-west-ost.eu

Informazioni generali:

Titolo della tesi:
Il conflitto tra scienza e etica nel teatro tedesco del dopoguerra (Brecht, Dürrenmatt, Kipphardt)

Autrice:
Elena Ossella De Filippo

Università:
Istituto Universitario Sour Orsola Benincasa Napoli, facoltà di Lettere, corso di laurea in Lingue e Letterature straniere

Anno di presentazione della tesi:
2003

Abstract della tesi:

Ho scelto come argomento della tesi il conflitto tra scienza ed etica perché lo considero una tematica attuale e di grande rilievo collettivo.

Gli scienziati si sono posti negli ultimi due secoli al totale servizio dei governi. Questa statalizzazione della ricerca ha portato alcuni benefici dal punto di vista dello studio, ma ha soprattutto potenziato la forza militare di ogni singolo paese dotato di una intellighenzia scientifica. Gli esperti hanno oltretutto estrapolato totalmente dal contesto sociale gli obiettivi dei loro studi: non è più di primaria importanza il miglioramento della vita media, ma la scoperta in sé. Nascono così – come l’evoluzione degli studi di centinaia di specialisti – gli ordigni spaventosi della seconda guerra mondiale, quelli della distruzione di massa. Appare sulla scena l’orripilante bomba atomica che ha mietuto vittime anche a distanza di decenni, con tutte le sue ′sorelle′- come la bomba- H - ancora più potenti. La forza di queste armi ha scosso nell’intimo alcuni degli scienziati che hanno partecipato ai progetti di riarmo nucleare. Molti di loro hanno abiurato il proprio lavoro, anteponendo così la vita alla ricerca. Ma ancora più studiosi hanno continuato imperterriti a costruire armi su commissione, come testimoniano i nuovi armamenti utilizzati nelle ultime guerre – ne è esempio la costruzione dei Bunker- Busters (“distruttori di bunker”, testate nucleari che prima penetrano nel suolo e poi esplodono) e della M.O.A.B.(Mother of all Bombs – “madre di tutte le bombe”, una bomba “intelligente” dieci volte più potente di quelle standard) per l’ultima guerra in Iraq.

Un evento così sconvolgente e pericoloso come l’utilizzo delle armi di distruzione di massa non ha lasciato indifferente l’opinione pubblica, com’è testimoniato anche in letteratura. Già nel 1901, infatti, fu pubblicato un lavoro di genere fantascientifico di H. G. Wells The world set free (“ il mondo liberato”), la cui trama verteva attorno alla distruzione del mondo a opera di armi potentissime. Fu così che Wells, oltre a provocare grande scalpore tra l’opinione pubblica – in particolar modo tra gli stessi scienziati, cominciò un nuovo filone letterario che avrebbe trovato alcuni proseliti nei decenni a venire: il ′genere atomico′. Negli anni Quaranta furono editi, ad esempio, molti racconti fantascientifici sulla rivista “Astounding Science Fiction” (“fantascienza sbalorditiva”).

Anche in ambito teatrale gli autori si sono cimentati con questo tema. Le opere in questione non sono certo avvolte da un alone di eccezionalità, di sconvolgimento come quelle fantascientifiche, ma sono altrettanto vaticinanti: il domani porta con sé il germe della distruzione dell’umanità, perché “L’errore morale del padre crea la situazione tragica per il figlio” (1). Tra le varie opere di cui mi sarei potuta avvalere per questo lavoro, ho scelto quelle che a mio parere mostravano tre reazioni modello al problema: il completo assoggettamento alla Stato, pur se con rimorso, del Galileo di Leben des Galilei di Brecht; l’impeto altruista, seppur vano, del Möbius di Die Physiker di Dürrenmatt; la ′redenzione′ sofferta dell’Oppenheimer di In der Sache J. Robert Oppenheimer di Kipphardt.

Ho cercato di affrontare l’analisi dei testi non solo da un punto di vista tematico, ma anche lessicale e strutturale, onde evidenziare l’approccio linguistico dei tre autori a un argomento estremamente complesso sia per una questione etica, sia per una questione strettamente legata alla stilistica. Infatti sono molte le difficoltà nell’elaborazione di un testo letterario su argomenti scientifici, il cui registro è altamente specializzato.

Spero di esser riuscita nel mio intento analitico. Oltretutto spero di riaccendere una piccola fiammella d’interesse nei confronti della querelle tra gli assertori della ricerca scientifica fine a sé stessa e i sostenitori di un connubio tra scienza e realtà sociale.

(1) OTTO MANN e WOLFGANG ROTHE (a cura di), Deutsche Literatur im 20. Jahrhundert – Strukturen, Bern – München , Franke, I ed. 1954, V ed. corretta e ampliata 1967, cit. p. 165.

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