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La copertina del libro
Requiem Tedesco merita di essere letto perché in maniera estremamente scorrevole presenta con grande acume storico e sociologico due secoli di storia degli ebrei nati o emigrati in Germania a partire dall'Illuminismo fino all’ascesa al potere di Hitler. La scelta di presentare questi 190 anni di storia non è casuale né peregrina. All’epoca dell’Illuminismo infatti in Prussia si verificarono due condizioni favorevoli alla nascita negli ebrei di un desiderio di integrazione con il paese in cui vivevano o emigravano. Tale desiderio a causa delle persecuzioni religiose e dei pregiudizi non vi era mai stato prima.
La prima condizione è il diffondersi degli ideali illuministici e civilizzatrici di libertà e uguaglianza, il secondo la presenza di Moses Mendelssohn nella comunità ebraica che con grande spirito di abnegazione studiò e raggiunse la migliore posizione che fosse allora permessa ad un “intellettuale” ebreo e lavorò affinché i suoi correligionari desiderassero integrarsi con la società e amassero la cultura e l’ideale della “bildung” tedesca”.
La Germania dell’epoca era divisa in tanti staterelli e in ciascuno la comunità ebraica riceveva un trattamento più o meno discriminante. In Prussia era stato concesso, dietro il pagamento di una altissima tassa, l’emigrazione di parecchie famiglie di ebrei ricchi provenienti da Vienna e, grazie a continui esborsi di denaro, questa comunità, rispetto agli ebrei che vivevano altrove, aveva qualche possibilità in più di far studiare i propri figli e di accedere a quegli ideali illuministici che si andavano diffondendo anche negli altri paesi europei.
Comincia così il racconto affascinante di Amos Elon di questa comunità che lungi dall’essere unita e compatta nel suo modo di vivere l’ebraismo presenta una varietà di posizioni e di atteggiamenti rispetto alla società tedesca. Si andava da atteggiamenti laici e cosmopoliti, all’abbracciare la fede cristiana pur di non sentirsi esclusi, alla negazione di ogni possibilità integrazione. Tutto questo succedeva in una società in evoluzione, in cui la realtà geopolitica della Germania non era fissata una volta per tutte, tanto meno l’acquisizione, la diffusione e la pratica di quell’egualitarismo introdotto dalla Rivoluzione Francese. Nel corso dell’800, infatti, la condizione degli ebrei subì una regressione contemporaneamente al diffondersi degli ideali romantici dell’unicità nazionale di cultura e di “razza”, tuttavia nello stesso periodo cominciavano a diffondersi le idee di Marx e alcuni intellettuali ebrei videro nel comunismo una possibilità di riscatto. Il contributo degli intellettuali ebrei, poeti scrittori, filosofi, musicisti e scienziati alla cultura tedesco è stato altissimo, spesso ignorato dagli stessi tedeschi.
Purtroppo nei 190 anni narrati, la storia della Germania è stata anche segnata da guerre alle quali gli ebrei hanno partecipato nei ranghi più bassi dell’esercito, di più non era loro concesso, pur di dimostrare che erano degni di far parte di quel popolo al quale si sentivano legati.
Solo con l’avvento della Repubblica di Weimar gli ebrei poterono avere accesso a cariche politiche, incarichi nelle università, libertà di abitare ovunque volessero, nessun obbligo di tassazione superiore a quelle di un qualsiasi cittadino tedesco. Ma la repubblica di Weimar aveva un pesantissimo debito contratto dai diplomatici guglielmini alla fine della disastrosa I guerra mondiale, la crisi economica del ’29 si aggiunse e fu facile individuare il capro espiatorio negli ebrei che in pochi anni avevano cambiato il loro peso nella società che contava, pur continuando ad essere una minoranza di popolazione che arrivava a malapena all’1%.
Nessun intellettuale non ebreo della repubblica di Weimar pensava che il populismo di Hitler avrebbe potuto arrivare ad un governo coerente di una nazione, ma né l’Europa, né gli Stati Uniti, né la stessa Russia comunista, tanto meno le Chiese ufficiali, sia esse Cattoliche o Protestanti, intervennero nel disastro sociale degli anni dal ’33 al ’39. Gli ebrei furono lasciati soli davanti al dilemma se emigrare o restare, se far finta di niente o controbattere alle accuse dimostrando con dati alla mano quanto non erano da meno degli altri cittadini. Le pagine che raccontano i suicidi degli intellettuali ebrei in patria o in esilio sono tra le più toccanti del libro. Il resto è storia ancor più tristemente nota.
Il merito più grande di questo saggio è mettere bene in luce il lungo processo storico che precede la tragedia dell’Olocausto. Tale messa a fuoco, con una gran mole di documentazione, illustra il processo di integrazione e il radicamento degli ebrei nella società tedesca e rende ancora più amara la conclusione di questo processo iniziato in nome degli ideali dell’Illuminismo. Tuttavia esso può darci un’illuminante occasione di vedere con occhi diversi la nostra società caratterizzata da correnti migratorie di genti di abitudini e religione diversa che si sforza in modo più o meno coerente di integrarsi, esattamente come gli ebrei in Germania negli anni narrati da Amos Elos, e sarebbe un errore gravissimo non cercare di vedere questi sforzi, non coadiuvarli, non adoperarsi in maniera significativa affinché il razzismo, l’intolleranza xenofoba non prendano il sopravvento.
Il tono dell’autore è estremamente misurato, non vi è traccia di rancore o di accusa. È un’opera di grande amore non solo per il popolo ebraico, ma verso l’umanità intera. Nella migliore tradizione storiografica gli eventi storici decisi dagli uomini di potere sono intrecciati con le vicende dei singoli e delle classi sociali. L’affresco che ne risulta è convincente e fecondo. Il libro dovrebbe essere conosciuto da tutti gli insegnanti di lingua e letteratura tedesca e non solo.
Chi è Amos Elon?
Amos Elon è nato nel 1926 a Vienna da genitori sionisti che immigrarono in Palestina quando aveva due anni. Cresciuto in una famiglia di madre lingua tedesca, è stato educato a Tel Aviv ed ha servito il proprio paese nel Haganah, i precursori dell'esercito d'Israele. Elon ha lavorato come reporter per il quotidiano "Ha'aretz" e come corrispondente in Europa e più tardi a Washington D.C dove ha incontrato sua moglie. Nel 1965 è entrato nello staff editoriale di "Ha-aretz" e dopo sessanta giorni di guerra, divenne un appassionato critico della politica Israeliana nei territori occupati.
Annamaria Manna Annamaria è
insegnante di tedesco a Trento
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