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I quarant'anni di letteratura nella DDR. Come fu organizzata la "letteratura di stato". Il ruolo della Stasi. Pagina a cura di Chiara Marmugi.

La rinascita culturale del dopoguerra

Gli anni che seguirono la capitolazione dell’impero nazista offrirono al popolo tedesco la possibilità di rinnovarsi in ogni ambito, anche in quello culturale. Un vero rinnovamento era ciò che auspicavano sia le forze alleate che presidiavano la parte occidentale, sia le forze sovietiche insediate nella parte orientale della Germania, sia la popolazione tedesca stessa. ’Rinnovamento‘ fu pertanto la parola d’ordine della ricostruzione, e con ciò si intese una vera e propria rinascita sociale e culturale alla luce del valore dell’antifascismo.

La ricostruzione sarebbe dovuta avvenire in uno stato unificato, sotto la guida delle quattro potenze occupanti, ma il contrasto Est-Ovest, iniziato tra il 1946 e il 1947 e sfociato poi nella Guerra Fredda, portò invece alla nascita sul suolo tedesco di due sistemi socioeconomici diversi, la Westzone, zona occidentale controllata da francesi, inglesi e americani, e la Sowjetische Besatzungszone (SBZ), zona orientale di occupazione sovietica. Nel 1949 si giunse infine alla divisione politica della Germania, poiché alla fondazione della Repubblica Federale Tedesca (BRD), avvenuta il 24 maggio, fece seguito il 7 ottobre la proclamazione dello stato indipendente della Repubblica Democratica Tedesca (DDR).

Verso una letteratura di stato

a sinistra: una locandina propagandistica del 1946 sulla unificazione tra SPD e KPD

Sotto la guida del partito unico SED (Sozialistische Einheitspartei, Partito Socialista Unitario), nato nel 1946 dalla fusione tra il Partito Socialdemocratico (SPD) e il Partito Comunista Tedesco (KPD), fu instaurato in Germania Orientale un regime socialista. La struttura politica ed economica di un paese socialista prevede che lo stato pianifichi e conduca in maniera centralizzata l’intera produzione del paese. Una risoluzione della SED del 1950 stabilì che anche la cultura doveva essere compresa nella pianificazione statale. Fu così che quella della SED divenne una Erziehungsdiktatur, una dittatura con fini educativi. L’educazione non fu più un privilegio di pochi, fu accessibile a tutti o, per meglio dire, un determinato tipo di educazione fu imposto a tutti.

Il sistema letterario della Germania Est non ha mai costituito una sfera autonoma autoreferenziale, le linee principali dello sviluppo culturale del paese non sono mai state dettate dagli autori, bensì dai politici. Lo scrittore e primo Ministro della Cultura della DDR Johannes R. Becher definì la letteratura come l’organo più sviluppato
di un popolo per arrivare alla comprensione e alla realizzazione di sé. L’arte avrebbe dovuto trasmettere alla popolazione tedesca allo sbando una serie di valori umanistici inappellabili e insegnare le norme del comportamento collettivo. Lo stesso Becher coniò il concetto fondamentale di Literaturgesellschaft, vale a dire società basata sulla letteratura, e si impegnò perché la società della DDR lo diventasse, favorendo una democratizzazione della cultura e uno scambio comunicativo continuo tra i vari livelli sia della produzione che della fruizione letteraria.

Non erano stati pertanto gli scrittori, per Stalin "ingegneri dell’anima umana", a ritagliarsi questo ruolo fondamentale. Tale compito era stato imposto loro dall’alto, e la letteratura, l’arte della Germania dell’Est furono sempre dipendenti dal partito, che emetteva i suoi diktat all’indirizzo di autori, collaboratori di case editrici, librai, bibliotecari e lettori.

Lo scrittore non aveva libertà, era un membro dello Schriftstellerverein –dell’Associazione degli Scrittori fondata nel 1950 – i cui direttivo e consiglio d’amministrazione erano guidati da funzionari di partito. Altre associazioni ammesse erano il PEN (dal 1951 indipendente da quello dell’Ovest) e la Akademie der Künste, l’Accademia delle Arti. Entrambe più indipendenti rispetto all’Associazione degli Scrittori, con una minore influenza da parte del partito, ma non per questo organizzazioni libere e democratiche.

Educazione e repressione

Lo status di educatore del popolo concedeva evidenti vantaggi agli scrittori, che ricevevano borse di studio statali e sussidi e avevano la possibilità di svolgere attività di lettorato o traduzione. Non bisogna sottovalutare in ogni caso il fatto che il 12-15% del guadagno del libro andava all’autore, una cifra assai superiore rispetto a quella riscossa dai colleghi dell’Ovest.

Per controllare meglio la formazione degli ’educatori del popolo‛ fu fondato l’Institut für Literatur, ovvero Istituto per la letteratura – dal 1958 Johannes- R-Becher-Institut – con sede a Lipsia, creato sul modello dell’Istituto Gorki a Mosca. La fioritura dell’istituzione si limitò agli anni intorno al 1960, quando direttore fu Georg Maurer, in seguito si rivelò semplicemente una scuola di formazione per scrittori votati all’ortodossia.

È inutile rilevare che anche l’istruzione era controllata dall’alto. Le direttive di base per la scuola erano espresse dalla rivista “Deutschunterricht”, letteralmente “L’insegnamento del tedesco”, su cui venivano privilegiate la letteratura socialista e quella borghese dichiarata progressista. Non si può parlare neppure del campo editoriale come di un sistema autonomo. Il 75% per cento delle case editrici erano Staatsverlage, vale a dire aziende statali, il restante 25% erano imprese private a partecipazione statale. Si trattava in ogni caso di istituzioni con una struttura fortemente gerarchica, all’interno delle quali il lavoro dei lettori – anch’essi formati all’Istituto di Lipsia – procedeva con estrema lentezza, vista la scrupolosità imposta dai censori. La distribuzione dei libri era effettuata da un unico deposito a Lipsia, che serviva sia le librerie statali sia le biblioteche, in primo luogo quelle dei sindacati e delle fabbriche.

a destra: “Neues Deutschland”, organo ufficiale del partito

Non va dimenticato che anche i critici letterari dovevano svolgere lo stesso ruolo pedagogico che era stato affidato agli scrittori. Essi dovevano inoltre impegnarsi affinché le opere avallate dal regime, in pratica le uniche pubblicate, fossero anche effettivamente lette da un ampio pubblico. I periodici su cui si potevano leggere le recensioni letterarie erano le riviste specifiche “Neue Deutsche Literatur” – vicina all’Associazione degli Scrittori – “Sinn und Form” – vicina all’Accademia delle Arti – “Weimarer Beiträge”, oppure quotidiani o settimanali quali “Sonntag” oppure “Neues Deutschland”, organo ufficiale del partito. I critici più influenti, e più ortodossi – come Hermann Kähler, Werner Neubert, Hans Koch e Annelise Löffler – avevano ampia possibilità di esprimersi. Assai meno numerosi furono quelli – come Ursula Heukenkamp, Friedrich Dieckmann, Dieter Schlenstedt e Karin Hirdina – che ebbero la forza di esprimere le proprie opinioni senza curarsi troppo delle direttive delle alte sfere.

Nonostante sia sempre stata negata da parte del partito l’esistenza della censura, la letteratura della DDR fu controllata fin dall’inizio dalla Hauptverwaltung Verlage und Buchhandel, letteralmente Ente principale per l’editoria e il commercio librario. Il compito fondamentale di tale istituzione era quello di leggere i manoscritti e autorizzarne la pubblicazione, in altre parole di censire ed eventualmente censurare qualsiasi cosa venisse scritta. Dal 1965 si decise di tenere sotto controllo persino i libri che i cittadini della Germania Est avrebbero pubblicato all’estero – in Germania Occidentale, in Austria, in Svizzera o in un paese non di lingua tedesca. Se un manoscritto non veniva prima consegnato al Büro für Urheberrechte, all’Ufficio per i diritti d’autore, lo scrittore poteva incorrere in una multa di trecento marchi, che dal 1973 divennero diecimila. Dal 1978, in base al Gesetz gegen Devisenvergehen – la Legge contro il reato valutario – per tale reato fu prevista la galera.

L'illusione di un'apertura

Dai primi anni ’70, quando a Walther Ulbricht successe alla guida dello Stato Erich Honecker, si assisté ad un’alternanza tra repressione e liberalizzazione in campo artistico e ideologico in generale. Nel corso dell’ottavo Congresso della SED del 1971 il neopresidente annunciò che ogni artista che si dimostrasse un socialista convinto poteva scrivere su qualsiasi argomento e manifestare le proprie posizioni attraverso qualsiasi mezzo espressivo. Queste dichiarazioni diffusero inutilmente speranza tra gli artisti, che credettero finalmente di poter dar forma a una nuova letteratura più libera e priva di tabù.


Il cantante Wolf Biermann
Tutte le foto: Wikipedia

Nel 1976 l’espulsione del cantautore Wolf Biermann segnò una cesura nello sviluppo politico e culturale della DDR. Le proteste che seguirono tale provvedimento causarono un inasprimento delle misure restrittive e della censura. Tre anni più tardi, il regista Klaus Schlesinger e altri otto membri dello Schriftstellerverein furono espulsi dall’associazione. Il provvedimento fu preso da una giuria composta da loro colleghi e la condanna fu loro imposta per aver scritto una lettera di protesta a Honecker contro l’inasprimento delle sanzioni per chi pubblicava libri all’estero senza autorizzazione statale.

Tra il 1976 e il 1989 furono cacciati più di trenta autori. La peggior sorte toccò agli artisti più giovani e meno celebri che furono incarcerati – come Jürgen Fuchs e Lutz Rathenow – ed ebbero raramente la possibilità di veder pubblicate le loro opere. Altri casi eccezionali di censura furono quelli del direttore della rivista “Sinn und Form” Peter Huchel, e quello del romanzo Nachdenken über Christa T. della scrittrice Christa Wolf, che fino a qualche settimana prima della pubblicazione del libro era addirittura candidata nelle file della SED.


Christa Wolf (1981)

Un mezzo inquietante per zittire per un certo periodo gli artisti scomodi era quello dell’Urlaub auf Zeit, la vacanza a tempo determinato che veniva imposta sotto forma di un visto per l’estero. A partire dalla fine degli anni ’70 furono in molti ad approfittare di questa sanzione per trasferirsi definitivamente all’Ovest.

La Literaturgesellschaft perse nel corso degli anni ’70 molti artisti che avevano contribuito a darle un’impronta precisa. Al lungo elenco degli espulsi si aggiunse una schiera addirittura più ampia di scrittori che decisero di lasciare il paese volontariamente.

Il controllo della Stasi

a destra: un'apparecchiatura della Stasi per intercettare le telefonate degli oppositori.

Lo strumento massimo del controllo sui cittadini da parte dello stato era costituito in Germania dell’Est dalla Stasi – il Ministerium für Staatssicherheit, ovvero Ministero per la Sicurezza Statale – fondato nel 1950. La crescita continua della sorveglianza influenzò notevolmente la vita dei singoli cittadini e la produzione artistica degli scrittori. Ci si dovette guardare da colleghi, vicini, familiari – Hans Joachim Schädlich fu spiato dal fratello, i coniugi Wolf dal genero – e gli scrittori vissero quella che Günter Kunert definì «Austerndasein», un’esistenza rinchiusa in un guscio d’ostrica. I controlli registrarono un incremento fondamentale nel 1969, in seguito al vento di rivolta portato dalla Primavera di Praga, e raggiunsero l’apice negli anni ’70 e ’80.

Molti scrittori non furono in grado di resistere al fascino e ai vantaggi della collaborazione. Si devono comunque fare dei distinguo, come nel caso di Wolf Biermann e Christa Wolf, che ebbero rapporti con la Stasi solo in giovane età, o nel caso di Heinz Kahlau, ricattato e poi allettato dall’offerta di diventare un conoscitore intimo dei segreti dei potenti. Nessuna attenuante si può concedere invece a esponenti di riguardo dell’intelligenza tedesco–orientale quali Paul Wiens, Herrmann Kant ed Erich Köhlert e men che meno ai rappresentanti dell’ultima generazione di scrittori Sascha Anderson e Rainer Schedlinski, che conducevano una vita quasi schizofrenica. Da una parte rifiutavano il socialismo e la struttura sociale della DDR in quanto prodotti di un sistema cui si sentivano estranei, dall’altra collaboravano con la Stasi per avere privilegi dal sistema stesso.

I primi anni ’80 furono poco incoraggianti per la letteratura. I funzionari incaricati di occuparsi della cultura continuarono a far sfoggio di ignoranza e prepotenza. Il nuovo corso sovietico indicato da Gorbačëv dopo la sua elezione nel marzo 1985 aprì gli occhi ai cittadini della Germania dell’Est, che a partire dalla primavera del 1987 iniziarono a scendere in piazza. Il potere rispose con la violenza e la repressione ogni volta che sentì compromesso il proprio primato. La protesta era comunque iniziata e a guidarla stavolta non erano dei singoli, né pochi intellettuali, ma dei gruppi organizzati, quali associazioni pacifiste, gruppi di femministe, organizzazioni legate alla chiesa o per la difesa dell’ambiente. La letteratura e gli scrittori, a differenza di quanto successo dieci–quindici anni prima, costituirono solo una parte del movimento di protesta.

Nel 1987, in occasione di un Congresso dell’Associazione degli scrittori, due intellettuali affermati come Christoph Hein e Günter de Bruyn definirono la legge contro il reato valutario come censura. Due anni più tardi, in occasione di un raduno degli scrittori a Berlino, lo stesso Christoph Hein tenne un discorso assai coraggioso – poi pubblicato con il titolo “Die fünfte Grundrechenart”, vale a dire “La quinta operazione aritmetica fondamentale” – in cui attaccò la politica culturale della SED. Ormai la dissoluzione del sistema era iniziata.

La rivoluzione "dolce"


Il 9 novembre del 1989 cadde il muro

L’agonia definitiva dello stato tedesco orientale iniziò ufficialmente nell’estate del 1989. A farla scattare furono da una parte l’esodo di cittadini della DDR attraverso i confini con la Polonia, l’Ungheria e la Cecoslovacchia, dall’altra il crescente movimento di democratizzazione interno e la sempre più manifesta bancarotta del sistema economico del paese.

Con la caduta del Muro, avvenuta il 9 novembre 1989, si può considerare chiusa la storia della DDR, anche se in realtà lo stato resisté ancora un anno circa. Furono soprattutto gli scrittori che ancora credevano nella possibilità di riformare il sistema a non voler credere alla fine dell’esperimento socialista. Nel corso della manifestazione generale del 4 novembre all’Alexanderplatz di Berlino autori di rilevanza nazionale e non solo, quali Stefan Heym, Heiner Müller, Christa Wolf e Christoph Hein, manifestarono il proprio desiderio di realizzare una ’terza via‘, una nuova forma di socialismo alternativa al capitalismo dell’Ovest, ma anche molto più democratica e liberale di quella dittatoriale in disfacimento. La maggioranza dei cittadini dell’Est non si riconobbe però in questo progetto, e il 19 marzo 1990, in occasione delle prime elezioni libere organizzate nel paese, votò per un’apertura all’Occidente.

Chiara Marmugi

Scrittori della ex-DDR:

Reiner Kunze: poeta del dolce dissenso
Presentazione di uno dei più importanti poeti della ex-DDR che è stato tradotto in venti lingue. Pagina a cura di Peter Patti.
Brigitte Burmeister: "Unter dem Namen Norma"
Tesina universitaria scritta da Romeo Gaetano presentata come parte integrante del programma dell'esame di Lingua e letteratura tedesca II sostenuto presso l'Università di Palermo nell'anno accademico 2000-2001.

Vedi anche:

Tutte le pagine sulla letteratura tedesca
Da Goethe e Schiller a Grass e Böll. Dai Nibelunghi al Dottor Faust. Dalla fiera dei libri a Francoforte al Projekt Gutenberg.
 [capitolo]
Tutte le pagine sulla Germania del dopoguerra: 1945-2000
Una serie di articoli sulla storia della Germania del dopoguerra, dalla divisione del paese nel 1949 fino alla caduta del muro di Berlino. [capitolo]

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