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Sabrina Bottaro racconta qui il suo cammino, non senza problemi, verso un nuovo amore: la lingua tedesca.

Per Laura C. una professoressa e un’amica

Conobbi il Tedesco nel settembre del 1995, il mio primo anno di liceo linguistico. Poiché non era possibile scegliere le lingue da studiare, fui costretta ad accettarlo e questo non è esattamente l’inizio ideale. Capii che il Tedesco aveva fatto comunella
con l’Inglese in attesa di incontrare, nel terzo anno, il Francese col quale non avrebbero avuto nulla a cui spartire e ciò mi parve quasi una consolazione. Il Tedesco e l’Inglese erano più uniti di quanto potessi immaginare. Molte parole che il Tedesco pronunciava erano simili a quelle dell’Inglese, alcune addirittura uguali e con lo stesso significato! Il Tedesco comprendeva, bene o male, l’Inglese e viceversa, ma io come avrei fatto a comprendere il Tedesco?
.

L’impatto fu tremendo: le lunghissime parole simili a millepiedi, la grammatica che a me sembrava sgrammaticata, la costruzione della frase che non aveva né capo né coda e che imponeva difficili ragionamenti. Un disastro. C’era però un dettaglio che mi consolava, ovvero la pronuncia che, a parte i dittonghi, gli “umlaut” e le parole da tagliare in due (tipo “Klassenarbeit”), era nel complesso facile: le parole si leggevano come erano scritte e ciò mi parve la manna dal cielo, anche se prima di leggerle bisognava prendere fiato.

Chi è Sabrina Bottaro,
l'autrice di questo testo?


Sabrina è laureata in "Lingue e Letterature Straniere". Si interessa di critica letteraria, cinema, letteratura e scrittura creativa. Ha frequentato un corso di formazione editoriale e lavora come insegnante di lingue e come traduttrice freelance.

Nel giro di qualche mese mi innamorai, ma in fondo avevo sempre saputo che sarebbe finita così. Quando si sceglie di studiare le lingue straniere, si sa in partenza a cosa si va incontro: duro lavoro, memoria infallibile, capacità di resistenza fuori dal comune e una pazienza certosina, virtù che non avevo ancora sviluppato. Ma il Tedesco era intrigante, amichevole, seducente, ed era chiaro che se avessi voluto convivere serenamente con lui per almeno cinque anni, avrei dovuto prenderlo per mano come prendi un amico che vuoi condurre nel tuo posto preferito per sorprenderlo. Non fu una guerra, ma quasi. La mia professoressa, che mai dimenticherò perché mi ha insegnato con passione qualcosa a cui tengo, aveva capito che con me si poteva lavorare bene. Perciò, mi sostenne quando decisi di intraprendere una corrispondenza con ragazze tedesche accomunate dall’ammirazione per lo stesso genere di musica.

Quindi mi trovai di fronte a un bivio: scrivere a queste ragazze dai nomi stravaganti tipo Helga, Christa, Anja... in Inglese senza andare da nessuna parte perché... cosa avrei potuto imparare di nuovo? Altra scelta, non scrivere affatto, ma mi sembrò un atteggiamento disfattista nonché vigliacco. Decisi che avrei affrontato le difficoltà di una lettera scritta in una lingua che stavo imparando e raccolsi la sfida che non mi avrebbe dato alcun voto, ma che mi avrebbe messo alla prova. Se Helga, Christa, Anja... avessero risposto alle mie lettere in modo da farmi capire che a loro volta avessero capito ciò che volessi dire, allora avrei vinto. In caso contrario, avrei chiesto loro di sottolineare i miei errori in modo che potessi correggerli. La prof. mi chiedeva del mio “ufficio postale” e io, ogni tanto, le chiedevo di scrivere un messaggio per Helga, Christa, Anja...

Alla fine del primo anno feci un bilancio: al di là del voto finale che era stato soddisfacente, mi resi conto che... avevo assimilato l’intero programma del primo anno di Tedesco! Per giunta senza alcun dubbio! Sapevo scrivere frasi sensate (tipo “il sole splende”, dopotutto chi può dire cosa è insensato al giorno d’oggi?); sapevo coniugare i verbi deboli e forti (una volta imparate le desinenze e le eccezioni il gioco è fatto?); sapevo declinare e accordare sostantivi e aggettivi (allora il latino serve a qualcosa!); sapevo parlare (senza troppo “zagagliare” per citare un verbo amato dalla prof. che in italiano corrente potrebbe essere qualcosa tipo “balbettare” ma più umiliante!); sapevo leggere una frase senza interrompermi troppe volte (mi interrompevo quando il fiato preso prima di leggere veniva a mancare!). Insomma, sentivo di aver fatto progressi scrivendo le lettere, centinaia di lettere che oggi leggo ancora quando sento la nostalgia di quel periodo magico, quando costruire qualcosa dal niente era per me una fonte inesauribile di soddisfazione e di orgoglio, quando imparare era una sfida e un desiderio radicato di crescere. Oggi quelle lettere, ingiallite dal tempo e fin troppo comprensibili, mi sembrano i tasselli di un mosaico che ora vedo benissimo.

In cinque anni di liceo la prof. ne inventò di tutti i colori per metterci in testa il Tedesco. Alcune accettarono di buon grado, altre no e se ne allontanarono miseramente. Ma è così che vanno queste cose. Trascorremmo i primi due anni a braccetto con la grammatica che mi sembrò sorprendentemente facile e ancora oggi mi chiedo come ciò possa essere accaduto perché tutti sanno che il Tedesco è difficile... o no? È difficile, vero? Mah! Chi può dirlo? Io no di certo, figuriamoci a me sembra facile! Beh, comunque dopo aver imparato la grammatica... un attimo, sto dimenticando il momento cruciale: un viaggio a Vienna, il viaggio a Vienna.

Era l’estate del 1996, avevo preso una buona pagella e i miei genitori mi premiarono con un viaggio in Austria. Parlai quanto potei, fermai la gente per strada con scuse tipo chiedere l’ora, chiedere dove si comprano le cartoline, ordinai Sachertorte e Knödel, ma il momento di maggiore importanza fu quando chiesi un’informazione qualsiasi a una signora che, dopo qualche minuto di conversazione in Tedesco, mi chiese da dove venissi. Alla risposta: “Rom, Italien”, l’altra disse: “Allora potevamo parlare italiano!”. Era italiana. Avevo scelto l’unica persona italiana della strada.
(S)Fortuna dei principianti. Tuttavia, ricevetti qualche complimento in un ristorante perché feci le ordinazioni in lingua (avevamo studiato il caso accusativo all’inizio dell’anno scolastico e non fu difficile dire “ich nehme eine Sachertorte... ich nehme ein Bier... ich nehme di qua... ich nehme di là”). Il viaggio in Austria fu un trampolino di lancio, la prova del nove, i nodi del pettine. Insomma, andò bene e ne fui soddisfatta. I ricordi dei pomeriggi passati sull’eserciziario, sulle declinazioni... all’epoca non si usava Internet né c’era il viaggio-in-germania.de, perciò i miei dubbi avrei dovuto chiarirli in classe, con la prof. Il secondo anno andò più o meno come il primo, ma ormai ero innamorata e non c’era possibilità di tornare indietro. Per me non esisteva fatica, non esisteva paura. Capii di essere una celebrità in classe quando tutti si riferivano, credo prendendomi in giro, al famoso “ufficio postale di Sabrina” dove arrivavano lettere da Berlino, Dresda, Monaco, o da paesi della Germania rurale dove la vita si svolge intorno al Municipio e dove le case sembrano cartoline dalle favole dei fratelli Grimm.

Dal terzo anno arrivò la letteratura e così nuovi problemi. Le nuove interrogazioni non avrebbero previsto variazioni più o meno indicative della seguente domanda: “Sabrina, descrivi e coniuga il verbo “denken”, che tipo di verbo è...debole, forte, misto, separabile, inseparabile...regge una preposizione, se sì, quale?”. Ora avrei dovuto parlare di Lessing, di Goethe (chi era mai questo Johann Wolfgang von Goethe che aveva vissuto in Italia?), di Schiller, di Kleist, Hoffmann, Mann, Hesse, Musil e gli altri, tralasciando i meno noti del periodo rinascimentale e barocco. Cosa avrei potuto inventare per imparare la letteratura in lingua, per giunta? Beh, per cominciare pensai di ascoltare le registrazione delle poesie così da imparare a leggere almeno le parole mai sentite prima. Inutile tradurre parola per parola, perché in quel caso la pagina dell’antologia tedesca avrebbe assomigliato a una cartina geografica con i nomi di città, fiumi, montagne; meglio allora sottolineare le parole chiave, quelle che avrebbero fatto la differenza e su di esse costruire un discorso lindo e semplice, sincero e creativo. Un punto di vista o un’attitudine che, anni dopo, mi sarebbe servita per scrivere pezzi creativi, saggi critici, inviti alla lettura e recensioni varie. Dunque, alla fine decisi di analizzare il testo dal punto di vista personale. Dopotutto le opinioni personali, se giustificate il qualche modo, vengono sempre accettate. Allorché toccò a me essere interrogata su Goethe, ricordo bene l’ultima interrogazione del quarto anno perché era su tutta l’opera e la vita di Goethe ed è una cosa che non si dimentica facilmente, la prof. mi disse che avrei anche potuto rischiare di prendere un tondo nove se avessi preparato bene un discorso talmente valido da passare ai posteri. Che dire su Goethe? Come riassumere in un quarto d’ora il più grande poeta tedesco che ha lasciato dietro di sé un’opera monumentale? Partii dal Werther e dal tema dell’incontro antitetico fra amore e morte, a me molto caro che non mi abbandonò mai e quando lo portai come tesina all’Esame di Stato, la prof. si trovò di fronte al rapporto amoroso-distruttivo fra il poeta visionario Novalis e la piccola innocente Sophie. Alla fine le considerazioni personali, in lingua senza zagagli, ma con qualche pausa di riflessione, sempre e comunque a parole mie, ebbero la meglio.

Il quinto e ultimo anno sarebbe finito con l’Esame di Stato, che all’epoca era al suo secondo anno di sperimentazione. C’era da farsi drizzare i capelli per la paura. Durante l’anno cercai di mantenermi calma: ormai conoscevo il Tedesco e la prof. e sapevo dove mettere le mani, come preparare le interrogazioni con calma, senza fretta e con la massima semplicità. Nessuno si aspettava i miracoli, ma le intuizioni geniali sì.

All’università il Tedesco fu il vecchio amico che era con me da anni e che scelsi come co-agente. C’era un’amara sorpresa in riserbo per me e per tutti gli altri studenti che venivano dal liceo linguistico: dopo la prova scritta sulla grammatica, propedeutica al colloquio, la parte orale di ogni esame si sarebbe svolta in italiano. Non sapevo se essere contenta oppure no. Decisi che non lo sarei stata perché mi sarebbe mancata la preparazione votiva prima della dissertazione critica, la bellezza e la dolce complicazione della lingua tedesca.

Decisi che avrei condotto i miei studi focalizzando l’attenzione sulle opinioni personali e, miracolo!, capii che era ciò che i professori, i luminari della materia, volevano! Il primo esame (su Brecht) andò bene perché cominciai dall’opera che mi aveva impressionato di più, ovvero Baal, il secondo su Kleist anche perché si parlava di Romanticismo che adoravo, come pure il terzo sulla letteratura dell’Ottocento e Novecento che fu dispersivo ma illuminante (una decina di romanzi vari da Thomas Mann a Christa Wolf, passando per Thomas Bernhard che mi aprì la mente con il suo romanzo-fiume Estinzione).

Quando arrivò il momento del congedo dall’università capii di aver consolidato le mie conoscenze e apprese di nuove, ma non ci furono le stesse emozioni dirompenti degli anni del liceo.

Con nessuna lingua straniera ho avuto soddisfazione come con il Tedesco. Oggi, dopo dodici anni di studio mai interrotto (perché una lingua straniera è come l’uso degli arti: se non li muovi per molto tempo, è difficile riportarli alla vita) insegno il Tedesco, ma anche l’Inglese e il Francese, cercando di coinvolgere gli allievi puntando sulla loro creatività, quando ciò si può fare, in modo da valorizzare i punti di forza e rafforzare le debolezze.

La morale di questa storia di vita vissuta? Beh, che il Tedesco si impara mettendo solide basi che resistono alle intemperie e soprattutto si impara facendo cose che interessino nel profondo, tipo un viaggio, costruire una rete di contatti in Germania o in Austria, portando avanti con passione e fiducia attività creative che rispecchino, perché no?, i propri hobby.

Il Tedesco si ama o si odia, ma credo che non si possa non amarlo, come puoi non amare una lingua razionale ma appassionata, intellettuale ma sensibile, una lingua in cui mettersi alla prova più delle altre, una lingua in cui ragionare, come il buon vecchio latino.

Sono felice di saper parlare Tedesco e felice di sapere che il mio percorso non sia finito, perché non sono arrivata al punto più alto ovviamente, e mi resta ancora tutta la vita per completarlo. Se non è questa una gioia...!?

Sabrina Bottaro

Vedi anche:

Spiegazioni di grammatica
Per non perdersi nella giungla delle regole... [capitolo]
Tutte le pagine sulla lingua tedesca
Tutto quello che vi serve per impararla. [capitolo]

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