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Titolo della tesi:
I Kreisleriana di E.T.A. Hoffmann. Un momento di teoria e storia
del Künstlerroman
Autrice della tesi:
Laura Rizza
Discussa alla: Università degli Studi di Udine, facoltà di Lingue e letterature straniere
Anno:
2000
Relatrice:
Prof. Stefano Calabrese
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E.T.A. Hoffmann: è sufficiente pronunciare il suo nome per suscitare una ridda di reazioni antitetiche, fluttuanti fra l'entusiasmo incondizionato e il rifiuto assoluto, senza possibilità di conciliazione o vie di mezzo accomodanti. Sono le medesime reazioni che la sua opera ha scatenato in passato presso scrittori e uomini di cultura suoi contemporanei o di poco successivi, tedeschi o stranieri. Cambiano le epoche, si modifica la percezione della produzione hoffmanniana, sono diversi i giudizi conseguenti, ma una cosa resta costante: l'intensità dei sentimenti messi in moto dalla lettura delle sue pagine, in senso positivo o negativo. Heinrich Heine, in Die romantische Schule, nel 1836, così si esprimeva: "Francamente, Hoffmann è un poeta più importante di Novalis. Quest'ultimo, con le sue immagini idealizzate, fluttua sempre in un aere celeste, mentre Hoffmann con tutti i suoi ghigni bizzarri si tiene sempre saldamente ancorato alla realtà terrena". Heine stabilisce dunque una precisa equazione: Hoffmann = realismo. Che dire, allora, dell'opposto giudizio formulato solo pochi anni prima, nel luglio 1827 da Walter Scott in The Foreign Quarterly Review? Con una punta di altezzosa saccenza, egli dichiarava infatti: "L'ispirazione di Hoffmann assomiglia spesso alle allucinazioni provocate da un abuso di oppio, allucinazioni che potrebbero richieder l'assistenza del medico prima di quella del critico...". Tale visione ricalca in parte quella evidenziata dalle carte postume di Johann Wolfgang Goethe: "Quale lettore fedele e preoccupato della nostra educazione nazionale non si è rattristato vedendo diffondersi così attivamente in Germania, e per tanti anni, le opere morbose di quell'uomo malato...".
Punti di vista, si dirà. E probabilmente dobbiamo rassegnarci, accontentandoci di un simile, banale dato di fatto, perchè non stabiliremo mai, rigorosamente e con certezza, chi abbia ragione e chi torto; non sapremo mai quale reazione sia più giustificata, l'entusiasmo quasi esaltato di un Charles Baudelaire, che definiva Hoffmann "divino" e "mirabile", o il freddo distacco di un Friedrich Hegel, il quale ne liquidava l'atteggiamento denominandolo "intensa e inconsistente lacerazione dell'animo che passa per tutte le più spiacevoli dissonanze e che ha prodotto un umorismo del macabro e una grottesca ironia. La verità è che non esistono un torto e una ragione, o meglio esistono, ma solo in rapporto a chi esprime il giudizio. In altri termini: esistono un torto e una ragione soggettivi, non certo oggettivi, soprattutto quando si ha a che fare con personalità complesse e multisfaccettate come quella di E.T.A. Hoffmann. La sua figura si presta alle interpretazioni più diverse, la sua opera è tutto e il contrario di tutto.
Eppure, un metodo infallibile per comprendere l'autore nella sua essenza più profonda c'è, ed è forse anche il più scontato; esso consiste nel rifugiarsi tra le righe delle sue opere, che ne ripercorrono spesso l'itinerario formativo e il processo di maturazione poetica ed esistenziale. E quale scritto, più dei Kreisleriana può rivelarsi utile a tale scopo, visto che nel protagonista, Johannes Kreisler, la critica ha universalmente riconosciuto l'alter-ego di E.T.A. Hoffmann stesso? |