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Adolf Hitler: l'ascesa al potere (2)

 

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Seconda parte dell'articolo di Alessandro Persico sull'ascesa di Adolf Hitler al potere.

Seconda parte: 1929-1932

Nel 1930 continuava a tenere discorsi provocatori contro la repubblica. Non essendoci elezioni in vista gli altri partiti non davano peso alle parole del futuro dittatore che poteva parlare ai suoi sostenitori senza alcun intralcio. Per dare una scossa alla situazione e dimostrare la fragilità del governo sguinzagliò le SA per le strade contro ebrei, comunisti e avversari politici. Bisognava dimostrare alla popolazione che si stava combattendo e che se molti uomini erano disposti a morire per la causa nazista voleva dire che questa era giusta. Non fu comunque facile tenere a bada le camicie brune e frenare il loro slancio.
Bisognava evitare che esse scatenassero una guerra civile più che una semplice pressione.

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Le SA pensavano, infatti, che la repubblica sarebbe stata rovesciata con l’uso delle armi ed in seguito esse si sarebbero sostituite all’esercito regolare. Hitler però non la pensava così. Nonostante questi atti di violenza era deciso ad arrivare al potere legalmente, senza troppi spargimenti di sangue. La situazione cominciò presto a degenerare e le autorità iniziarono a prendere severi provvedimenti contro l’esercito paramilitare nazista. In Baviera fu messo fuori legge mentre in Prussia fu vietato ad ogni funzionario statale di aderire al partito nazionalsocialista.

Con queste azioni “terroristiche” le SA dimostrarono la fragilità e l’inefficienza del governo di Weimar. Intanto il Führer ristabiliva l’ordine fra i suoi collaboratori riconciliandosi con l’eterno rivale Gregor Strasser. Suo fratello Otto invece continuava ad essere una spina nel fianco poiché a Berlino controllava diversi giornali. Hitler, deciso a ribadire la propria autorità all’interno del partito, ordinò quindi a Goebbels di estromettere Strasser.

Intanto nel marzo del 1930 il governo tedesco subì un duro colpo: le dimissioni del cancelliere Hermann Müller. L’abile politico tedesco si lamentava del fatto che il Reichstag non appoggiava mai le sue proposte. Hindenburg che di norma non si intrometteva nelle vicende politiche fu costretto ad intervenire per evitare il peggio e dovette nominare un nuovo cancelliere. Nella scelta del successore di Müller i militari giocarono un ruolo fondamentale convincendo l’anziano presidente a rinunciare al sistema parlamentare e ad eleggere un cancelliere non legato ad una maggioranza. Il sistema politico tedesco dopo questa decisione mutò radicalmente: i cancellieri ora promulgavano tutte le leggi non attraverso il parlamento ma grazie a decreti straordinari concessi dal presidente. Il Reichstag poteva comunque vanificare i decreti presidenziali o richiedere la destituzione del cancelliere attraverso un voto di maggioranza. Per evitare simili possibilità Hindenburg poteva concedere un decreto di scioglimento del parlamento che avrebbe portato i partiti a dover affrontare nuove elezioni. La scelta del successore di Müller cadde su Heinrich Brüning, un parlamentare del Partito cattolico di centro. Per circa due anni riuscì a governare grazie al tacito consenso dei socialdemocratici che, seppur non partecipando direttamente al suo gabinetto, non promossero mai una mozione di sfiducia impauriti dalla possibilità che le nuove elezioni potessero portare ad un governo di destra. Questa decisione non favorì di certo i socialdemocratici a causa della politica economica di Brüning che aggravò ancora più drasticamente la situazione tedesca. Ciò gli alienò il favore delle masse che vedevano la disoccupazione dilagare a dismisura. Anche Hindenburg incominciò a pentirsi della sua scelta. Non tanto per gli insuccessi riportati in ambito politico quanto per la riluttanza di quest’ultimo ad allearsi con la destra. Sempre consigliato dalla sua cerchia di amici militari, ed in particolar modo dal generale Kurt von Schleicher, il presidente decise alla fine di maggio di destituire Brüning. Schleicher si era affermato in ambito militare nello stato maggiore tedesco durante la prima guerra mondiale occupandosi di logistica. Alla fine del conflitto si occupò dei rapporti fra l’esercito ed il governo presiedendo uno speciale ufficio sottoposto solo al ministero della Difesa. Grazie a questa rilevante posizione riuscì ad inserirsi nella ristretta cerchia di militari consiglieri di Hindenburg. Fu sempre lui ad influenzare la scelta del nuovo cancelliere: Franz von Papen, un aristocratico poco più che cinquantenne. Sicuramente la scelta di Schleicher fu molto opportunistica. Papen, un vecchio amico del generale, non aveva le conoscenze necessarie per guidare il governo e si sarebbe dovuto quindi affidare ai suoi consigli per le questioni più complesse. Inoltre, per assicurarsi un ruolo attivo nel nuovo governo, Schleicher si riservò anche la carica di ministro della difesa dopo aver rinunciato al suo grado di generale per poter accedere al ministero. Il nuovo cancelliere si mise subito al lavoro per procurarsi una maggioranza parlamentare. Da un lato non gli era necessaria potendo contare sui decreti straordinari per promulgare le leggi. Dall’altro gli avrebbe però consentito di evitare il pericolo di un voto di sfiducia. Ma il centro cattolico si rifiutò categoricamente di appoggiarlo poiché lo riteneva coinvolto nell’estromissione dal governo del loro collega Brüning. Papen decise quindi di seguire la volontà del presidente schierandosi con la destra e quindi con i nazisti. Per ottenere l’appoggio dei nazionalsocialisti, Papen accettò le richieste di Hitler di togliere il bando alle sue camicie brune e di indire nuove elezioni nazionali. Ottenne rapidamente il consenso di Hindenburg e approfittò di alcune sommosse scoppiate in Prussia, il più vasto dei diciassette stati federali, per richiedere l’uso dei decreti straordinari del presidente ed il permesso di sciogliere il governo prussiano. Le nuove elezioni furono tenute a luglio e sancirono il successo della politica di Hitler ed il crollo dei partiti moderati di centro. Provati da anni di privazioni e di disoccupazione, i tedeschi si dimostrarono disposti a seguire qualsiasi ideologia estremista che promettesse un rapido cambiamento della situazione. Ciò permise ai nazisti ed ai comunisti di schiacciare in modo evidente le forze moderate che persero centinaia di migliaia di voti. Il partito di Hitler, assicurandosi il 37,4% dei consensi popolari e riuscendo ad occupare ben 230 seggi al Reichstag, divenne il più forte della Germania. Il Führer tentò subito di sfruttare i successi elettorali appena ottenuti a suo vantaggio richiedendo la cancelleria in quanto leader del partito più forte tedesco. Papen non era disposto a perdere la carica appena ottenuta e cercò di addolcire Hitler offrendogli il posto di vice-cancelliere nel suo gabinetto e alcuni ministeri per i suoi collaboratori più stretti. Anche Hindenburg rifiutò la richiesta, nutrendo una profonda avversione per il capo nazista, e si dimostrò d’accordo con Papen sulle eventuali concessioni da elargire al posto della carica di cancelliere. Ma Hitler, conscio che accettando la proposta dell’anziano presidente non avrebbe
raggiunto nessuna carica di rilievo, rifiutò furibondo. Senza l’appoggio dei nazisti il governo si trovò in grave difficoltà. Papen poteva contare solo sul 10% dei consensi del Reichstag e si sarebbe trovato subito di fronte ad un voto di sfiducia non appena il parlamento si sarebbe riunito. Per evitare una simile eventualità, Hindenburg decise di concedere al cancelliere uno speciale decreto che gli avrebbe permesso di sciogliere il Reichstag quando più lo avrebbe ritenuto opportuno. Anche le elezioni che sarebbero dovute seguire alla mozione di sfiducia furono annullate. Pur di mantenere in carica Papen Hindenburg scelse di violare apertamente la costituzione concedendo al gabinetto il potere di governare in modo quasi assoluto, attraverso i suoi speciali decreti.

Fu comunque tutto inutile. Quando a settembre si riunì il parlamento i comunisti promossero un voto di sfiducia. Papen tentò di opporsi utilizzando il suo speciale decreto ma la votazione andò avanti. I risultati furono terrificanti: 512 voti contrari e solo 42 a favore dell’attuale gabinetto. Hindenburg tentò lo stesso di opporsi all’evidenza affermando che il parlamento era stato sciolto prima che la votazione fosse terminata. Ma Papen di fronte ad una simile opposizione non trovò il coraggio di violare la costituzione e furono immediatamente indette nuove elezioni per l’inizio di novembre. Hitler si poteva ritenere più che soddisfatto dell’andamento della situazione. Era riuscito a scalzare Papen dal potere e aveva la possibilità di incrementare la forza del suo partito grazie alle nuove elezioni. Ovviamente l’obiettivo era la cancelleria, come Hitler ammise ai suoi aiutanti più fidati. Ma le cose andarono ben diversamente e le speranze del Führer si trasformarono ben presto in effimere illusioni. I nazisti persero molto terreno rispetto alle elezioni di luglio. Molti degli elettori che avevano appoggiato la causa nazista erano rimasti delusi dal fatto che Hitler non fosse riuscito ad occupare nessun ruolo di prestigio. Anzi aveva anche rifiutato la carica di vice-cancelliere che agli occhi del popolo rimaneva comunque un ruolo importante e non privo di potere come invece appariva ad Hitler. Complessivamente i nazisti ottennero 196 dei 584 seggi del Reichstag, perdendone 34 rispetto alle elezioni precedenti. L’unico partito che seppe approfittare della situazione fu quello comunista che forte dei 100 seggi ottenuti divenne la terza forza politica della Germania.

In linea di massima la situazione al Reichstag rimaneva praticamente immutata. Solo i socialdemocratici persero effettivamente molti voti e i loro seggi scesero a 121. La situazione si fece precaria per Papen. Anche se il suo partito aveva incrementato la sua forza alle nuove elezioni, quasi il 90% della popolazione rimaneva contraria al suo gabinetto. Il cancelliere decise quindi di presentare le proprie dimissioni pur rimanendo in carica fino alla nomina del suo successore. Hindenburg cercò comunque di far cambiare idea a Papen cercando di formare una coalizione che potesse ottenere la maggioranza al Reichstag. Con molto ottimismo contattò Hitler su una sua possibile partecipazione al gabinetto Papen. Ovviamente non ci fu alcun accordo perché Hitler pretese, persistendo nella sua linea del tutto o niente, che la carica di cancelliere venisse affidata a lui. Assicurò anche al presidente che avrebbe pensato a cercare la collaborazione di altri partiti per appoggiare la sua candidatura. Hindenburg, offeso da simili richieste, rispose che gli avrebbe concesso tre giorni per cercare degli alleati che lo sostenessero in un governo parlamentare. In più si riservò il diritto di scegliere personalmente i ministri degli Esteri e della Difesa. Erano condizioni impossibili. I due ministeri su cui il presidente aveva messo il proprio veto erano fra i più importanti. Inoltre tre giorni non sarebbero mai bastati per riuscire a discutere qualsiasi genere di accordi con altri partiti. Hitler, temendo che Hindenburg mirasse a screditarlo davanti al popolo dandogli un’opportunità di arrivare al potere che lui non sarebbe mai riuscito a sfruttare, rifiutò. Papen si dimostrò quindi pronto ad accettare nuovamente l’incarico nonostante la sua popolarità fosse in continuo ribasso. Nei pochi mesi in cui era stato al potere non aveva certo contribuito a favorirsi il favore della massa. Anzi, le sue manovre economiche ebbero il risultato di aggravare la situazione disastrosa in cui milioni di tedeschi si trovavano, aumentando anche il numero dei disoccupati. La sua scarsa abilità politica era ormai chiara a tutti e il governo, che doveva poggiare sui continui decreti speciali di Hindenburg, appariva agli occhi di molti quasi come una dittatura. L’unico risultato di una nuova riunione della camera sarebbe stato un altro voto di sfiducia. Schleicher capì subito quanto stava succedendo. Uomo di intrighi, molto abile a muoversi nell’ombra per ottenere i suoi scopi, non era affatto soddisfatto del lavoro compiuto da Papen. Aveva appoggiato la sua nomina sperando di avvalersi di lui come uno strumento per i propri obiettivi ma una volta al potere Papen aveva dimostrato un’indipendenza notevole nei suoi confronti, acquistando sempre più fiducia in sé stesso. In più il cancelliere era anche diventato un buon amico del presidente ed era tenuto da quest’ultimo in grande considerazione. Schleicher decise di intervenire direttamente per cambiare il corso degli eventi. Intuì che lasciando Papen in carica le forze politiche del paese si sarebbero riunite contro il governo. Il rischio era la guerra civile e la Germania, attraversando un momento così critico, ne sarebbe uscita distrutta. Poco prima delle elezioni un accordo tra nazisti e comunisti riguardo a uno sciopero dei trasporti a Berlino era bastato a paralizzare la capitale.

Ora c’era il rischio di una paralisi totale i cui effetti si sarebbero fatti sentire subito sull’economia del paese. Schleicher incominciò così a dissociarsi dalle scelte politiche di Papen per mettere in atto il suo piano. Dichiarò, forte di uno studio del suo ministero della difesa, che in caso di guerra civile l’esercito non sarebbe mai riuscito ad opporsi alle truppe paramilitari di nazisti e comunisti. Con questo stratagemma riuscì a togliere al cancelliere l’appoggio del gabinetto ingraziandosi nel frattempo Hindenburg riguardo ad una sua possibile candidatura alla cancelleria. Papen si dimostrò ancora debole di carattere ed esasperato dalla pressione che la situazione comportava presentò le sue dimissioni al presidente che, riluttante, le accettò. Il giorno seguente la carica di cancelliere passò nelle mani di Schleicher, l’ultimo a detenerla prima dell’avvento di Hitler.

Kurt von Schleicher era una figura nota nell’ambiente politico tedesco ma non aveva mai svolto ruoli di primo piano, se si esclude i pochi mesi di ministero sotto il governo Papen. Abile oratore riusciva facilmente durante un discorso ad influenzare le opinioni degli altri avvicinandole alle sue. Da molti veniva considerato un freddo opportunista disposto a tutto pur di migliorare la propria posizione. Queste tesi venivano avvalorate dai molti voltafaccia fatti da Schleicher, anche a persone che gli erano vicine, per non mettere in pericolo il proprio status. In realtà il nuovo cancelliere non era altro che un militare convinto. Non gli interessava una restaurazione della monarchia ma si adattò alla situazione esistente. Per lui l’esercito doveva servire da garante al governo per mantenere il controllo dello stato e la sicurezza tedesca nei confronti dei paesi confinanti.

Schleicher, appena conquistato il potere, si trovò di fronte al solito problema di ottenere una maggioranza in parlamento che evitasse un voto di sfiducia. La scelta del neo cancelliere ricadde sui nazisti. Con i loro 196 deputati erano la forza di maggior peso nel Reichstag ed ottenere il loro appoggio sarebbe stato un significativo passo in avanti verso un governo più stabile. Ben conscio che qualsiasi trattativa diretta con Hitler sarebbe risultata infruttuosa Schleicher rivolse la sua attenzione su Gregor Strasser. Secondo per importanza solo ad Hitler nel partito, veniva considerato da tutti un politico meno radicale e con un maggior senso pratico per gli affari, essendo stato un farmacista. Ma ciò che faceva di Strasser la pedina giusta per gli scopi di Schleicher era la sua grande capacità di valutare i fatti in modo molto realistico. Il numero due nazista non era per nulla soddisfatto della linea politica del tutto o niente di Hitler e capì subito dopo le elezioni di novembre che non sarebbero mai riusciti ad ottenere il potere attraverso una maggioranza diretta in parlamento. Dalle elezioni svoltesi a luglio era stato perso molto terreno e Strasser si rammaricava che Hitler continuasse a non accettare almeno una fetta di potere fintanto che i nazisti potevano contare su un appoggio delle masse ancora elevato. Ulteriori elezioni avrebbero avuto il solo effetto di peggiorare la situazione e di far crollare il morale tra le file naziste.

Schleicher e Strasser si incontrarono in segreto il 4 dicembre per discutere della situazione. Purtroppo la loro conversazione rimarrà un mistero perché nessuno dei due ha lasciato alcuna testimonianza. Nonostante le precauzioni prese, Hitler venne a sapere della trattativa e il giorno seguente durante un vertice dei leader nazisti all’Hotel Kaiserhof, sede berlinese del partito, Strasser espose i suoi timori al suo diretto superiore. Se il parlamento si fosse sciolto i nazisti non sarebbero stati in grado di reggere ad una ulteriore campagna elettore ed avrebbero subito altre pesanti perdite. Hitler stroncò senza mezzi termini le argomentazioni di Strasser, accusandolo di tradimento. Decise anche di ribadire la propria leadership nel partito tenendo un discorso ai suoi deputati. Davanti a quasi duecento persone ribadì che scendere a compromessi avrebbe significato tradire l’onore del loro movimento. Il potere sarebbe stato raggiunto senza nessuna alleanza e solo quando sarebbe stato lui stesso ad ottenere la carica di cancelliere. Alla fine dell’orazione i deputati si piegarono alla volontà di Hitler ed alla sua linea politica di assoluta opposizione. Il Führer pensava di aver risolto ogni dissidio all’interno del suo partito quando l’otto dicembre ricevette una lettera che lo fece tremare. Strasser dava le sue dimissioni da capo dell’apparato organizzativo del partito. Le cause, scrisse, che lo portarono ad un simile gesto erano da ricercarsi nelle continue intromissioni di Hitler nel suo lavoro, che non gli avevano permesso di esercitare liberamente il proprio compito amministrativo sulle unità regionali naziste. In realtà il motivo di un simile distacco è molto più semplice: Strasser non era più disposto a seguire la linea politica del tutto o niente di Hitler che equivaleva ad una sfida contro il destino. La lettera veniva chiusa, nonostante tutto, con una frase rassicurante: “come sempre, tuo devoto”. Hitler rimase paralizzato dalla paura. Riusciva bene ad immaginare cosa avrebbe potuto scatenare un simile gesto. Temeva che durante l’incontro di pochi giorni prima Schleicher avesse offerto a Strasser la carica di vice-cancelliere nel suo gabinetto. Se il numero due nazista avesse accettato, il partito si sarebbe rotto in due parti spazzando quell’unità che da sempre contraddistingueva i nazisti. Inoltre il suo ex luogotenente aveva anche una grande influenza nei Gau (distretti) del nord e molti deputati sarebbero stati disposti a seguirlo. Hitler passeggiò per ore per il proprio studio in preda al terrore che simili eventualità si potessero realizzare. Improvvisamente perse la fiducia in se stesso, la convinzione di essere l’uomo inviato dal destino per risollevare le sorti della Germania. “Se il partito dovesse sgretolarsi” disse a Joseph Goebbels” terrò fede alla mia promessa e mi finirò con un colpo di pistola”. Durante il lungo discorso ai suoi seguaci tenuto pochi giorni prima, aveva minacciato che in caso di disobbedienza di uno qualsiasi dei suoi collaboratori si sarebbe suicidato. Per fortuna di Hitler non ci furono altre defezioni. Per coprire l’assenza di Strasser, che nella sua lettera aveva annunciato di partire per una vacanza, Hitler dichiarò ai giornalisti di avergli concesso una licenza di qualche settimana per malattia. Anche se la crisi si era risolta nel migliore dei modi essa dimostrava che il partito nazista stava perdendo la sua compattezza. Il potere appariva sempre più lontano, sicuramente più di quanto non fosse pochi mesi prima quando il potere contrattuale di Hitler era ai massimi livelli. La fine dell’anno 1932 vedeva quindi il partito nazionalsocialista vacillare per colpa di una strategia politica errata dovuta al carattere del suo leader. La vera svolta che cambiò le sorti della Germania e del mondo intero non sarà merito di Hitler, della sua bravura in campo politico, della sua capacità di infiammare le folle sfruttando la situazione disperata in cui verteva la Germania. Il potere giungerà nelle mani del Führer dopo un mese, quello del gennaio 1933, di intrighi e complotti in cui Hitler avrà solo un ruolo di secondo piano. Sarà il succedersi degli eventi, inaspettati per lo stesso leader nazista, a consegnarli la cancelleria su un piatto d’argento, proprio nel momento di maggior difficoltà per il suo partito.

Il 1932 terminava quindi lasciando la Germania in una situazione politica ancora confusa, non certo migliore di quella degli ultimi anni. L’unico aspetto positivo era la lenta ma pur sempre graduale ricrescita economica. Il valore di azioni ed obbligazioni erano in netto rialzo, quasi del 30%. La disoccupazione era leggermente diminuita anche se rimaneva ancora di diversi milioni di persone. Tutto ciò andava ovviamente a discapito della politica estremista nazista che puntava molto sulla sfiducia dei cittadini dovuta alla depressione economica. Agli inizi di gennaio 1933 Hitler rimaneva comunque la persona di maggior rilievo in ambito politico e il suo partito, nonostante i rovesci dell’anno precedente, contava il maggior numero di rappresentanti al Reichstag. La fiducia nelle sue capacità erano intatte nonostante il “tradimento” di Strasser ed egli si considerava ancora l’uomo inviato dal destino per creare una nuova Germania, forte e potente. La sua era una missione quasi “divina” e il potere assoluto stava alla base del suo progetto. Solo così avrebbe potuto trascinare la nazione verso una nuova alba di grandezza. La divisione del potere avrebbe solo creato degli intralci, dei rallentamenti al compimento dei suoi piani. La Germania si sarebbe riscattata ad est occupando, usando le stesse parole di Hitler, uno “spazio vitale” ai danni dell’Unione Sovietica, degli odiati bolscevichi. Il successo era garantito dalla convinzione della superiorità della razza ariana nei confronti delle altre. Il Führer infatti credeva fermamente nella divisione dell’umanità in diverse etnie costantemente in lotta tra di loro. Il diritto alla sopravvivenza spettava solo al vincitore di questa lotta che agli occhi di Hitler erano ovviamente i tedeschi. I popoli non ariani andavano semplicemente distrutti senza pietà e al primo posto della lista c’erano gli ebrei che si erano amalgamati con il resto della società tedesca, occupando posizioni di rilievo e minando la sua solidità e compattezza. L’ultimo elemento contro cui il dittatore si scagliò durante tutta la sua carriera politica era il marxismo che divideva il popolo in diverse classi in lotta contro di loro. La Germania avrebbe potuto uscire dalla grave crisi in cui era caduta solo risolvendo questi problemi sotto la sua guida. L’obiettivo era un Reich millenario libero dalle etnie impure che avrebbe dovuto dominare su tutta l’Europa. Lo sviluppo sarebbe stato garantito dalle inesauribili risorse sottratte all’Unione Sovietica, l’unico vero ostacolo che Hitler frapponeva tra sé ed il dominio totale. Questa ideologia, praticamente un credo, si poteva trovare nel “Mein Kampf”, quasi una Bibbia per i nazisti. Ma gli avversari politici sottovalutarono la portata delle mire di Hitler. Il dittatore evitava di trattare degli elementi più estremi della sua ideologia in pubblico. Sapeva moderare con incredibile abilità il contenuto dei suoi discorsi ed il suo lessico adattandoli alle esigenze dei suoi interlocutori. Con i suoi “fedeli” parlava apertamente dei suoi progetti per la Germania dopo la conquista del potere. Con il popolo manteneva un atteggiamento molto più moderato. Parlava certamente degli ebrei come razza inferiore colpevole delle disgrazie tedesche, condannava i comunisti ed i loro atteggiamenti ma non trattava mai dei suoi progetti di guerra totale che avrebbe attuato una volta ottenuto il potere assoluto. Gli altri politici lo consideravano per lo più un esagitato, che sarebbe crollato tanto velocemente come era nato. Molti lo considerarono uno strumento quasi inoffensivo per i propri fini. Pochi lo temettero davvero comprendendo la sconfinatezza dei suoi obiettivi. Quasi nessuno aveva letto il “Mein Kampf”, in pratica la confessione dei suoi ideali, considerando la lettura del libro una inutile perdita di tempo. Hitler, dopo il fallito tentativo di rovesciare la repubblica del 1923, aveva cambiato strategia decidendo di raggiungere il potere nel rispetto della costituzione e della democrazia. Evitò così di rendere noti alla popolazione i suoi ideali estremisti ed il suo acceso antisemitismo scagliandosi invece contro i repubblicani che avevano deciso l’armistizio nella guerra del 15-18 pugnalando così l’esercito tedesco alle spalle nonostante non fosse stato ancora del tutto sconfitto sul campo. Il trattato di Versailles rimaneva ancora una ferita aperta nell’orgoglio dei tedeschi, più che per le sanzioni economiche per il fatto che attribuiva l’intera responsabilità del conflitto alla Germania. Seguendo quindi una linea tutto sommato legale (pur con i molti interventi di stampo terroristico delle SA) Hitler era riuscito in circa otto anni a trasformare un minuscolo partito di destra nel più forte movimento politico tedesco. C’erano stati molti momenti difficili durante questo cammino ma Hitler non perse mai la fiducia in sé stesso, la concezione di essere l’uomo della provvidenza per una Germania ferita. Sarebbe riuscito a trasformare la realtà adattandola ai suoi ideali ed ai suoi progetti. La sua era quasi una visione messianica in cui non c’era spazio per una qualsiasi possibilità di insuccesso.

Alessandro Persico

Vedi anche la prima e la terza parte di questo articolo:

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