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Nel marzo
del 2005, quando mi preparavo al mio semestre di studio all’estero,
immaginavo già che si sarebbe trattato di un’esperienza importante,
ma non potevo ancora prevedere l’impatto che questo avrebbe avuto su
tanti aspetti importanti della mia vita di ragazza e studentessa. Se
è concesso usare una frase retorica, allora è opportuno dire che
dopo l’Erasmus niente è stato più come prima.
Nell’immaginario collettivo italiano dire Germania equivale molto
spesso a dire Monaco, Berlino, Amburgo, Colonia, nomi che richiamano
subito alla mente città bene o male note, mentre poco si sa
dell’enorme potenziale attrattivo di altre regioni e città tedesche
forse troppo poco pubblicizzate o frequentate. Era così anche per me
fino a quando, incitata dal mio professore referente ho fatto
domanda per uno dei due posti di borsa di studio Erasmus alla
Friedrich Schiller Universität di Jena. |

La posizione geografica
di Jena
Informazioni su Jena:
abitanti:
102.000
studenti:
19.000
regione:
Turingia |
Fino a quel momento il nome
di questa cittadina con poco più di centomila abitanti era per me
legata soprattutto a conoscenze acquisite durante diversi corsi di
letteratura tedesca, come la nascita di uno dei primi circoli
romantici e i nomi di personalità determinanti per il fiorire del
pensiero filosofico e della tradizione letteraria, prime fra tutte
Johann Wolfgang Goethe e Friedrich Schiller (da lui il nome
dell’Università). Mi sarei resa conto in seguito quanto della
splendida atmosfera di fioritura e vivacità culturale del passato
sia ancora rimasto a Jena, quanto essa sia ancora oggi profondamente
investita da un misterioso e al contempo affascinante clima di
prosperità intellettuale, quasi che le grandi menti e le penne
maestre di coloro che vi hanno operato e vissuto non l’abbiano mai
abbandonata e continuino a proteggerla con la loro forza creativa.
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a sinistra:
Friedrich Schiller
(1759-1805)
che diede il nome all'Università di Jena
a destra:
Johann Wolfgang Goethe
(1749-1832)
il più celebre dei direttori dell'università
di Jena |
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Avrei scoperto questo e tantissimo altro, e con l’atlante alla mano
mi accorsi per la prima volta della presenza di una regione
centro-orientale tedesca dal nome Turingia: ricordo che vagavo con
il dito sulla carta geografica oscillando tra Jena, Weimar, Erfurt,
Eisenach, cercando di dare un volto a quei nomi e alle località che
rappresentavano.
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Ma si sa, una cosa è immaginare, ben altra è vivere le situazioni
che la vita ci propone. In un pomeriggio di fine marzo che ricorderò
per tutta la vita arrivai in treno alla stazione di Jena-West:
l’aria era stranamente fresca, il cielo chiaro, e tutto era
particolarmente silenzioso, o almeno così appariva ai miei occhi e
alle mie orecchie abituate al caos di una grande metropoli come
Roma. Alla stazione venne a prendermi la mia Mentorin, una
studentessa dell’Università ospitante che come moltissimi altri a
Jena svolge un servizio di orientamento per gli studenti Erasmus,
accompagnandoli a muovere i primi passi di questa
splendida avventura. |

Vedi anche gli altri racconti
di esperienze fatte
con il programma
Erasmus in
Germania |
A me tutto appariva ancora poco nitido, forse non avevo
completamente realizzato che quella ragazza un po’ spaurita e
confusa che girava tra la Wagnergasse e il Campus, che saliva e
scendeva dai vagoni della mitica Straßenbahn ero proprio io. In
fondo ero una ventunenne come moltissime altre che per la prima
volta restava lontana da casa per un periodo relativamente lungo e
scopriva i piaceri e le responsabilità di una vita autonoma: credo
infatti che per noi italiani in particolare, conoscere alternative
alla consueta “vita in famiglia” sia importantissimo e possa
costituire una fonte di crescita e maturazione ineguagliabile (è
infatti risaputo che gli studenti italiani lasciano il tetto dei
genitori con anni di ritardo rispetto ai loro coetanei europei.
Tranne il caso degli “studenti fuori sede”, la stragrande
maggioranza continua quindi a vivere in famiglia: ciò è secondo me
dovuto a difficoltà oggettive, prime fra tutte gli affitti
improponibili, a nero, in strutture spesso fatiscenti, che
impediscono a molti di realizzare il sogno di una vita indipendente.
Credo che il problema di gran parte degli studenti italiani sia la
mancanza di una “politica fatta su misura per loro”, che li tuteli e
li sostenga, una politica che li consideri davvero risorsa, proprio
come avviene nell’ottimo caso tedesco. Ma questa è un’altra storia
che esula dagli intenti di questa cronaca…).

La piazza del mercato di Jena
foto: Eleonora Massa
Torniamo quindi alla ragazza spaurita e confusa che si aggirava per
le vie di Jena. Il primo mese prevalse la nostalgia delle abitudini
e dei volti noti, dei luoghi frequentati, dei ritmi di vita consueti
che, seppur spesso noiosi, regalano una certa sensazione di
stabilità e sicurezza: a tutto questo si aggiungeva il fattore
linguistico, causa di frustrazione non indifferente: ricordo ancora
come mi sentivo quando dovevo constatare a malincuore che tre anni
di lingua tedesca al liceo e due all’università mi avevano fornito
una competenza che poteva fungere solo da impalcatura teorica
all’uso linguistico effettivo. Non nascondo che in più di un momento
mi è balenata in mente l’idea di rifare le valigie: oggi penso che
se l’avessi fatto avrei declinato un invito troppo importante che la
vita mi aveva fatto a mettermi alla prova, a crescere
sostanzialmente. In fondo sono una persona che raramente rinuncia, e
anche in questo caso la mia perseveranza mi è stata di grande aiuto:
mi sono così ricordata di quante volte nella vita avevo sentito dire
che “se vuoi cambiare una situazione, devi essere tu il primo a
cambiare”, e ho cercato di mettere in pratica questo insegnamento,
tanto semplice all’apparenza quanto difficile da attuare. Cercavo di
ripetermi che quell’esperienza non doveva essere la continuazione
della mia solita vita, ma una fase a sé stante da vivere senza
preconcetti, e che io stessa dovevo reinventarmi per poterne trarre
il massimo.

a sinistra: il cortile interno dell'università - a destra: il moderno JenTower
foto: Wikipedia
Così ogni giorno diventò una scoperta: la vita della
Wohngemeinschaft, la vivibilità di un piccolo centro che offre
continue possibilità di aggregazione e conoscenza, l’efficienza
dell’università tedesca, l’essere e sentirsi tutelato in quanto
studente (un affitto abbordabilissimo, Semesterticket completamente
gratuito, riduzioni sull’entrata nei musei, sui biglietti teatrali o
per eventi musicali), tutto ciò divenne in breve tempo parte
integrante della mia quotidianità.
E poi c’era la gente: inizialmente fummo soprattutto noi stranieri a
fare gruppo, grazie soprattutto alle iniziative organizzate
dall’università, così mi ritrovai al centro di un piccolo microcosmo
di persone provenienti da paesi più o meno lontani, tanto
geograficamente quanto culturalmente. Moltissimi studenti Erasmus a
Jena vengono infatti dai paesi dell’Europa orientale, come la
Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Russia, la Polonia, la Bulgaria
ed altri ancora: ricordo come eravamo diversi, come sulle loro facce
riuscivo a leggere le difficoltà di una vita sicuramente più ardua
della mia, e la gioia per il fatto di trovarsi lì, ricordo ancora la
loro sorprendente preparazione linguistica in tedesco, fattore che
mi stimolò ad impegnarmi quotidianamente per migliorare. Da loro ad
esempio ho capito di essere molto più fortunata di quanto spesso
penso, e se a qualcuno questa ora sembrerà solo una bella frase
retorica, rispondo che forse in parte è anche vero, così come penso
sia vero il fatto che finché non si incontrano realtà in cui il
nostro quotidiano sia ritenuto elitario, non si abbia modo di
rendersi davvero conto di ciò che si ha. Io ad esempio ho capito che
non per tutti uscire a bere una birra è una cosa scontata, una di
quelle cose che noi italiani (e come noi moltissimi altri),
purtroppo o per fortuna facciamo senza pensarci troppo su, è da
episodi come questi insomma, che ho rivalutato ciò che la vita mi
aveva offerto fino ad allora.

a sinistra: in una birreria - a destra: festa di
compleanno nel parco

a sinistra: party a casa di uno studente - a destra:
fuori dalla mensa universitaria
foto: Eleonora Massa
C’erano poi francesi, americani, inglesi, irlandesi, giapponesi,
spagnoli, portoghesi, brasiliani, ed altri italiani naturalmente,
con alcuni dei quali sono nate delle belle amicizie. Le settimane
scorrevano così veloci in quella dimensione multiculturale, tra
corsi di lingua, dove ho imparato moltissimo, serate trascorse di
volta in volta a casa dell’uno o dell’altro, feste, passeggiate,
cene, uscite sulla Wagnergasse e consueta visita alla Kneipe di
turno (locali così intimi e raccolti dove l’incontrarsi assume un
sapore del tutto diverso da quello di un bar o un pub nostrani).
In tutto questo mi rendevo conto che il mio tedesco migliorava di
giorno in giorno e che mi piaceva enormemente mettermi alla prova
sperimentando nuove parole, immagazzinando quelle ascoltate e
riutilizzandole a mia volta, sfruttare ogni minimo impulso
linguistico che potesse essere una fonte di miglioramento.
Rapportandomi quotidianamente con la lingua ho capito inoltre che
ricercare esclusivamente la forma perfetta con cui esprimere un
pensiero può essere fuorviante e poco produttivo, perché ci si perde
alla ricerca di un ideale tralasciando la necessità contingente
della comunicazione, mentre è molto più soddisfacente riuscire a
farsi capire nonostante non si parli come un libro stampato.

I ragazzi del corso di tedesco
foto: Eleonora Massa
Dalle prime conoscenze con gli altri studenti Erasmus le mie
frequentazioni si estesero dopo poco più di un mese a studenti e
ragazzi tedeschi, aprendomi una nuova finestra su una realtà
altrettanto interessante e completamente diversa dai luoghi comuni e
dai modelli diffusamente accreditati. Chi non ha mai sentito infatti
le famose frasi e osservazioni sul temperamento “freddo” dei
tedeschi? Secondo me questo è solo una delle tante ed ingiustificate
valutazioni collettive superficiali ed inattendibili: anche in
questo caso credo che tutto dipenda da come si cerca di interagire
con la novità, da che livello di apertura morale e culturale si è
disposti a manifestare, e da quanto si è in grado di integrare i
propri presupposti comportamentali e sociali con quelli degli altri.
Io sono felice di poter dire, oggi, che i tedeschi sanno essere
persone profondamente cordiali ed amichevoli, e che ciò che ad un
italiano medio può sembrare freddezza è solo un diverso modo di
istaurare e costruire i rapporti interpersonali. In altre parole,
credo che i sentimenti viaggino a velocità diverse nelle due
culture: c’è una certa facilità in noi italiani ad accelerare i
tempi con cui consideriamo qualcuno come “amico”, sviluppando spesso
rapporti superficiali e di semplice convenienza, mentre ho avuto
l’impressione che per i tedeschi sia proprio la fase iniziale di
conoscenza a richiedere più tempo, quasi come a voler affidare ai
rapporti di amicizia la dovuta importanza e profondità. Con ciò non
vorrei esprimere giudizi assoluti, si sa che la realtà delle persone
e la varietà dei caratteri è sempre molto più ricca delle
generalizzazioni, vorrei piuttosto testimoniare ancora una volta
quanto i clichés culturali possano fornirci un’immagine falsata e
superficiale di persone e situazioni. Io ho trovato in molti
tedeschi degli amici sinceri, con i quali nei rari incontri di
questi ultimi anni riesco ancora a condividere quello spirito di
intimità e confidenza che ci aveva fatto conoscere a Jena.
Oltre alla vivacità dei rapporti interpersonali ricordo con piacere
la strana ma gradevole serenità che questo microcosmo multiculturale
offriva, l’atmosfera sommessa delle strade, dei negozi, dei parchi,
dei mezzi pubblici, che mai più avrei ritrovato una volta tornata a
casa. Una delle cose che più mi colpiva era la sensazione di
trovarmi in una condizione privilegiata, lontana per una volta dai
ritmi incessanti e dai condizionamenti consumistici della realtà
nella quale sono nata e cresciuta: per la prima volta ho conosciuto
una società in cui, forse ancora in virtù dei retaggi non troppo
lontani della divisione tedesca, i marchi e gli slogan occidentali
hanno ancora un peso non troppo invadente sulle scelte quotidiane e
il proprio modo di essere.
Ho scoperto inoltre la bellezza di altre città della regione, prime
fra tutte Erfurt e Weimar, che proprio come Jena mi sembravano
immerse in un mondo “romanticamente” sommesso e raccolto, ed ho
imparato giorno dopo giorno ad amare profondamente quella regione,
che per me resterà sempre il centro della “mia” Germania.
In un baleno erano trascorsi sei mesi intensi, alla fine dei quali
mi rendevo perfettamente conto di non essere più la stessa di prima:
avevo conosciuto e vissuto troppe novità per poter rimanere uguale,
avevo visto un’altra parte di mondo che mi aveva aperto uno
spiraglio importante sulla varietà di ciò che ci circonda, e che
aspetta solo di essere conosciuta ed apprezzata. Avevo inoltre
palesemente compreso che il tedesco mi piaceva sul serio, e che da
lì in poi avrei fatto di tutto per non perdere quel piccolo ma
importante bagaglio linguistico che ero riuscita a crearmi con
impegno, ma che avrei invece provato a mantenerlo e a migliorarlo.
Il giorno in cui partii per tornare a casa il cielo non era così
chiaro come quando ero arrivata, anzi, annunciava un temporale che
di lì a poco avrebbe forse portato via con sé quella stretta allo
stomaco che non mi abbandonava ormai da giorni, e avrebbe lasciato
nitidi ed indelebili solo i ricordi più belli, le gioie vissute, le
esperienze accumulate e i benefici raccolti.

La "Romantikerhaus" - qui abitava il filosofo Johann
Gottlieb Fichte
foto: Eleonora Massa
Tutto ciò che porto con me di questa esperienza è raccolta in queste
poche pagine e nel mio cuore, nella persona che sono oggi grazie
anche ai sei mesi trascorsi a Jena, nelle immagini di un semestre
estivo che sembrava aver calamitato le energie positive di persone e
storie così diverse, immagini che oggi sono diventate ricordi
custoditi con cura e richiamati volentieri alla mente nei momenti
tristi o difficili.
Spero che queste parole abbiano fatto nascere almeno in qualcuno la
curiosità di fare un’esperienza simile, se non altro per smentire
tutto ciò che ho scritto e che ad altri potrà sembrare esasperato,
spero siano riuscite a comunicare quanto sia limitante e riduttivo
classificare un paese, una società e le persone che le costituiscono
in base a parametri prestabiliti: la Germania è un paese che, come
ogni altro, è fatto di aspetti più o meno belli, di contrasti e di
sorprese, ma per scoprirlo bisogna imparare a conoscerlo, almeno in
una sua piccola parte, e solo allora ci si potrà render conto di
quale potenziale nasconde sotto la sua fredda apparenza. Bisogna
solo seguire il ritmo della sua musica interna e lasciarsi cullare
da esso!All’inizio sembra difficile, ma una volta che si è imparato
diventa così bello che è difficile smettere!
Eleonora Massa
elly1983@tiscali.it |