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Viaggio in Germania - Letteratura e cultura tedesca

I racconti di Doris Dörrie

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La letteratura
nella DDR

Letteratura tedesca: secoli ed epoche

Articolo a cura di Luisa Martinelli.

Al di fuori della Germania il nome di Doris Dörrie è associato generalmente alla figura della regista, l’autrice di "Männer", il film che nel 1985 ebbe uno strepitoso successo sia in Germania che all’estero: con più di 7 milioni di spettatori solo in patria, Männer è stato per lungo tempo il film tedesco con il maggior successo di pubblico. Con questo film Doris Dörrie divenne famosa anche in Italia, fatto piuttosto insolito se si pensa che nel nostro circuito cinematografico si trovano raramente film tedeschi, a parte quelli di Werner Herzog, Rainer Werner Fassbinder e Wim Wenders, apprezzati comunque per il valore artistico più che per il loro successo commerciale.

Quando il film Männer venne premiato con il “Deutscher Filmpreis” e con la “Goldene Leinwand”, Doris Dörrie aveva 30 anni, si era trasferita da Hannover, sua città natale, a Monaco, dopo due anni passati negli Stati Uniti per studiare arte cinematografica; a Monaco si era diplomata presso la "Hochschule für Fernsehen und Filme" ed aveva già una buona reputazione come autrice di documentari e telefilm.

Luisa Martinelli, autrice di questo articolo, è docente di tedesco nella scuola superiore da molti anni, supervisore di tedesco presso la SSIS (scuola superiore di specializzazione per l’insegnamento superiore) di Rovereto (TN) e docente incaricata presso la facoltà di Mediazione Linguistica per le imprese e il turismo dell’Università di Trento. Per alcuni anni è stata lettrice ministeriale di italiano presso l’Università di Hannover. È autrice di numerosi articoli e libri di didattica del tedesco, collabora con riviste didattiche e con istituzioni pubbliche per la formazione degli insegnanti.

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I film che seguirono a Männer non ebbero lo stesso successo di critica e di pubblico. Le attese nei confronti degli “enfants prodiges” sono spesso molto alte e pericolose: le opere seguenti vengono spontaneamente commisurate al primo “capolavoro” e le attese sono spesso deluse. L’autrice stessa ne è consapevole:

„Bei mir wird immer alles an den vielen Millionen „Männer“-Zuschauern gemessen. Das war ja der Überknall, das kann man gar nicht wiederholen, das ist doch klar. Ich weiß, dass Erfolg vollkommen unkalkulierbar und wie ein Wunder ist. Das ist wie eine Wolke - die zieht über deinen Kopf; wenn du Glück hast, bleibt sie kurz stehen, und dann zieht sie wieder weiter.“

Per molti, quindi, Doris Dörrie è stata e rimane semplicemente la “regista di Männer“, soprattutto in Italia, dove, ad esempio, è quasi sconosciuto il suo versatile talento. Oltre ad essere regista, Doris Dörrie è infatti docente di sceneggiatura, scrittrice di testi narrativi e, recentemente, regista di opere.

È un vero peccato che in Italia la produzione letteraria di Doris Dörrie sia pressoché sconosciuta. Le opere che sono state tradotte in italiano non hanno ripetuto il successo che hanno avuto in Germania. Il principale motivo è dato forse dalla difficoltà di trasferire nella traduzione il particolare ritmo, la musicalità e lo stile dell’originale e rendere la vivacità delle innumerevoli metafore. Inoltre le storie narrate, ambientate per lo più in una realtà tedesca facilmente riconoscibile in patria, rimangono un po’ estranee alla media della popolazione italiana.

Männer
DVD, in lingua tedesca,
Regia: Doris Dörrie
95 min. (1985)
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Per sua stessa ammissione Doris Dörrie ha sempre scritto racconti come bozze o punti di partenza per i suoi film, eppure i suoi testi narrativi furono pubblicati solo a partire dal 1987, grazie all’incoraggiamento ed all’insistenza di Daniel Keel, direttore della casa editrice svizzera Diogenes, alla quale l’autrice è rimasta sempre fedele.

Negli anni successivi apparvero nuove raccolte di racconti, premesse per altrettanti film. Nel 2000 appare il suo primo romanzo: "Was machen wir jetzt?" e, nel 2002, il romanzo "Das blaue Kleid", che ha ottenuto il “deutscher Bücherpreis” nello stesso anno. Nel marzo 2007 esce un altro romanzo: "Und was wird aus mir?", dove emerge un ritratto comico, grottesco ed amaro di una società basata sulle bugie e sulle apparenze.

Nei confronti della produzione letteraria di Doris Dörrie la critica è piuttosto divisa. Il Feuilleton del giornale ZEIT l’ha definita come una delle migliori scrittrici della letteratura tedesca contemporanea, mentre altri critici la stroncano decisamente. Con la sua consueta ironia Doris Dörrie attribuisce la malevola critica nei suoi confronti alla peculiarità del mondo letterario tedesco, per il quale un’opera non può avere valore letterario se non è abbastanza noiosa. Fra i difetti che vengono rimproverati alla scrittrice ci sono la superficialità, l’imprecisione, la confusione, l’indeterminatezza nella caratterizzazione dei personaggi, l’assurdità di certe situazioni, la ricerca di facili effetti.

Certamente la scrittura di Doris Dörrie ha però anche molte qualità, che la consacrano come rappresentante di una buona “letteratura d’evasione”. Forse il talento di Doris Dörrie va cercato soprattutto nei suoi racconti, che personalmente preferisco ai film. Le qualità che nella prosa si mostrano come aspetti positivi, nei film si rivelano spesso come manchevolezze. Ciò è evidente, ad esempio, per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi. Doris Dörrie è un’eccellente osservatrice della realtà quotidiana e dell’ambiente che la circonda, sa individuare e presentare vari personaggi senza però darne un’immagine “a tutto tondo”: il lettore deve contribuire, con la sua fantasia, a definirne il carattere.

Questo aspetto, che nella narrazione rappresenta un vantaggio, va però perso nella versione cinematografica: nel film, infatti, tutti i personaggi devono avere una personalità abbastanza precisa e definita, per apparire realistici e convincenti. Se l’indeterminatezza, in un racconto, può essere attraente ed avvincente, in un film comunica piuttosto sciatteria ed imperizia. Ed infatti alcuni critici rimproverano la regista Dörrie di non dare sufficientemente corpo ai suoi personaggi o, addirittura, di mantenere nei loro confronti un distacco snobistico.

Ritengo che Doris Dörrie dia il meglio di sé nei testi brevi, nei quali riesce a trasferire, in una lingua concisa e precisa, l’immediatezza delle percezioni e l’acutezza delle osservazioni. Le sue storie hanno le caratteristiche tipiche del racconto breve moderno della letteratura occidentale, ma, a differenza di molti racconti di questo genere, mantengono sempre una certa leggerezza e, soprattutto, possiedono umorismo, qualità rara nella letteratura tedesca.

Doris Dörrie sa descrivere le varie situazioni in un modo oltremodo laconico, ma altrettanto rigoroso ed efficace, guardando dietro la facciata dei rapporti umani e mettendo a nudo le debolezze della gente. Con sicurezza e precisione scova ed espone le nuove tendenze, gli orientamenti all’ultima moda, le piccole manie, l’esaltazione per tutto ciò che è “in” e che promette la felicità. Nei suoi racconti si possono trovare moltissime informazioni di “Landeskunde”, di “civiltà germanica”, che rivelano al lettore straniero un volto meno noto e stereotipato della società tedesca, soprattutto della classe media.

Troviamo così coppie che arredano le proprie abitazioni con mobili ed articoli di marca tanto costosi quanto scomodi e che organizzano eleganti festini per farsi ammirare come “raffinate persone di mondo”; ricchi borghesi che pur possedendo tutto sono scontenti della vita; gente non ricca, ma che fa di tutto per mostrarsi tale; gente che cerca speranza e consolazione in dottrine e riti esoterici; giovani uomini e donne in carriera che si interessano di cucina giapponese per seguire la moda; persone che spendono capitali per arredare l’appartamento secondo le regole del Ch’I, l’arte cinese di disporre ed orientare i mobili; donne e uomini che interrogano I Ching, l’oracolo dei mutamenti, per trovare un senso alla loro vita; ragazze e giovani donne che seguono le diete più all’avanguardia o che soffrono di anoressia e bulimia; intere famiglie che cercano nel buddismo un rimedio per superare le loro crisi; ed altro ancora.

Le sue storie possono apparire esagerate o straordinarie, "assurde", come le definisce certa critica malevola; eppure la realtà ci offre sovente situazioni altrettanto paradossali o per lo meno strane. Doris Dörrie ha più volte dichiarato che la Germania è la principale fonte da cui trae spunto per le sue storie: la Germania e la sua gente, a cui non risparmia critiche pungenti. Ai tedeschi l'autrice rimprovera soprattutto la villania, la rigidità, l’inibizione, ma anche l’incapacità di lasciarsi andare e di accettare senza drammi eventi non previsti o non programmati. Contemporaneamente, tuttavia, confessa di amare il suo paese e di viverci bene.

Una delle opere più interessanti di Doris Dörrie è "Samsara", una raccolta di 15 racconti pubblicata nel 1996, l’ultima prima di passare a generi letterari più lunghi. Il titolo richiama un concetto in sanscrito, l’antica lingua indiana, il cui significato è “pellegrinaggio”. Samsara indica il riconoscimento e la coscienza dei fenomeni del mondo, stadio indispensabile per raggiungere il Nirvana. I protagonisti di queste storie sono trentenni e quarantenni coronati dal successo, indipendenti e moderni, privi di problemi finanziari, ma pieni di dubbi; sono insoddisfatti della loro vita e sono alla ricerca della felicità. È proprio la costante ricerca di una propria, legittima felicità al di fuori degli schemi quotidiani che caratterizza ed unisce i vari personaggi.

Samsara
(in lingua tedesca)

328 pag. (1996)
Per saperne di più

La raccolta contiene però anche cinque storie che non sono ambientate nella nostra epoca e che, messe assieme, formano un unico racconto a puntate. Stranamente i singoli episodi non si susseguono immediatamente, ma si alternano agli altri racconti di ambientazione moderna. La protagonista è Anna, una giovane che vive nel XVI secolo in un paesino della Toscana assieme ai genitori e ai numerosi fratelli; gli episodi seguono la sua evoluzione nell’ostinata determinazione ad unirsi a Cristo attraverso rinunce e sacrifici sempre più pesanti, fino alla morte per consunzione. L’insolita storia è la dimostrazione che l’insoddisfazione ed il senso di vuoto sono sentimenti comuni agli uomini di ogni tempo e possono portare a conseguenze tragiche. La scrittrice sembra suggerire che in epoche diverse lo stesso disagio si manifesta con sintomi diversi.

Tutti i racconti di Samsara sono molto belli; purtroppo, per i lettori che non possono leggerli nella versione tedesca originale non esiste ancora la traduzione. Prendiamo ad esempio il primo racconto, Palast der Mühen (Palazzo delle fatiche). Il tema del racconto è il rapporto tra madre e figlia, a partire già dalla gestazione e dalla nascita di quest'ultima. La vicenda è narrata dal punto di vista della madre, che anziché considerare la propria maternità come evento felice, percepisce la figlia come minaccia ed aggressione contro le proprie esigenze vitali. Dall'aggressività nei confronti della figlia si sviluppa un conseguente complesso di colpa, tanto che la madre si sente responsabile e colpevole dell'attuale anoressia della ragazza. I contraddittori sentimenti della madre sono espressi in modo lucido, preciso e sincero. Probabilmente questi sentimenti rispecchiano la realtà in modo più autentico di quanto faccia l'idilliaca iconografia tradizionale, secondo la quale la mamma è sempre buona, paziente, felice di sacrificarsi per amore dei figli.

Citiamo qualche breve passo dal racconto:

Bevor Anna auf die Welt kam, habe ich versucht, auf Vorrat zu schlafen, ich ahnte bereits, dass ich nicht so bald wieder dazu kommen würde. Im letzten Monat meiner Schwangerschaft tat ich nichts weiter, als mich durch unentwegtes Schlafen vom Schlaf zu verabschieden. Ich lag auf einer roten Liege im Garten unter einer grünen Esche und schlief. Nur widerwillig öffnete ich ab und an die Augen, starrte in die windbewegten Blätter über mir, bis meine Augen wieder schwer wurden, sich schlossen und ich zurückfiel in diesen wie ein Kokon alles umhüllenden Schlaf, der die Grenzen zwischen Wirklichkeit und Traum verwischte, alle harten Kanten auflöste, bis nichts mehr wehtat.
Während ich in ihn hinein sank wie in süße Molasse verspürte ich einen scharfen bitteren Abschiedsschmerz, als dürfe ich meinen Liebsten nur noch wenige Male sehen, und wenn ich aufwachte, war der rote Stoff neben meiner Wange tränennass.
(...)

Prima che Anna nascesse ho cercato di fare scorta di sonno, già intuivo che non avrei potuto concedermelo ancora tanto presto. Nell’ultimo mese di gravidanza non ho fatto altro che separarmi dal sonno dormendo incessantemente. Me ne stavo sdraiata su un lettino rosso in giardino sotto un verde frassino e dormivo. Solo controvoglia aprivo di quando in quando gli occhi, fissavo le foglie mosse dal vento sopra di me finché gli occhi mi ridiventavano pesanti, si chiudevano ed io ripiombavo in questo sonno che mi avvolgeva come un bozzolo, che sfumava i confini tra sogno e realtà, che smussava tutti gli spigoli finché nulla più faceva male.
Sprofondandoci dentro come in una dolce molassa avvertivo uno struggimento acuto ed amaro, come se mi fosse concesso di vedere il mio amato ancora per poche volte, e quando mi risvegliavo la stoffa rossa vicina alla guancia era zuppa di pianto.
(...)

Ich habe meinen Alltag mit Anna geplant, organisiert und kontrolliert wie eine Schlacht gegen mich selbst. Manchmal, wenn ich das Glück hatte, einzuschlafen, hörte ich wenige Minuten später, so schien es mir, Anna rufen "Mama! Mama!", tief wie eine Schiffssirene durch dicken Nebel, und es war bereits sieben Uhr, manchmal, wenn sie gnädig mit mir war, auch halb acht, aber immer war es viel zu früh, ich war müde, hatte Kopfschmerzen und rote Augen, war gereizt, ungeduldig, bösartig. Jeden Morgen lag der Tag vor mir wie ein unüberquerbarer Ozean. Um nicht in seinen Fluten unterzugehen, nicht verrückt zu werden, galt es, ihn genaustens zu organisieren. Männer verstehen nicht, dass Organisation Abwehr von Psychosen ist. Für sie ist es das Gegenteil.
(...)

Ho progettato, organizzato e controllato le mie giornate con Anna come una battaglia contro me stessa. Talvolta, quando avevo la fortuna di addormentarmi, sentivo dopo pochi minuti, così mi sembrava, Anna che chiamava "Mamma! Mamma!”, un grido cupo come la sirena di una nave nella nebbia fitta, ed erano già le sette, talvolta anche le sette e mezza, quando me lo concedeva, ma era sempre troppo presto, ero stanca, avevo mal di testa e gli occhi rossi, ero irritata, impaziente, cattiva. Ogni mattina il giorno mi si presentava come un oceano invalicabile. Per non perdermi nei suoi flutti, per non impazzire, bisognava organizzarlo alla perfezione. Gli uomini non capiscono che l’organizzazione è la difesa dalle psicosi. Per loro è il contrario.
(...)

In den ersten zwei Jahren mit Anna wurde ihr Mittagsschlaf für mich zur wichtigsten Stunde des Tages, denn tagsüber konnte ich seltsamerweise schlafen.
Ich zählte die Stunden und Minuten bis ein Uhr. Fünf Stunden von Annas Aufwachen in der Früh bis zum Mittagsschlaf. Waschen und Frühstücken eine Stunde. Einkaufen eineinhalb Stunden. Noch zweieinhalb Stunden bis zum Mittagsschlaf. Dreißig Minuten Spielen, eine Stunde aufräumen, Essen kochen, essen, geschafft.

Nei primi due anni con Anna il suo sonnellino
pomeridiano divenne per me l’ora più importante della giornata, perché di giorno riuscivo stranamente a dormire.
Contavo le ore e i minuti fino all’una. Cinque ore dal risveglio mattutino di Anna fino al sonnellino pomeridiano. Il bucato e la colazione un’ora. Fare la spesa un’ora e mezza. Ancora due ore e mezza fino al sonnellino. Trenta minuti di giochi, un’ora per mettere in ordine, preparare il pranzo, mangiare, fatto.

La lingua che Doris Dörrie usa è semplice, simile alla lingua parlata, ma sempre corretta sia nella sintassi che nel lessico. Lo stile è conciso e preciso, ricco di similitudini e metafore, che condensano in immagini le singole situazioni, caricandole di significati e di emozioni. Caratteristica della sua prosa è il particolare ritmo, che deriva da una struttura sintattica singolare, formata da un susseguirsi di ipotattiche, spezzate da brevissime frasi principali. La lettura ad alta voce esalta la peculiarità di questa scrittura. È un godimento ascoltare l'autrice leggere le sue storie alla radio o durante le occasionali Autorenlesungen, i piacevoli “incontri con l’autore” che le librerie tedesche organizzano abitualmente; in queste circostanze si possono cogliere particolarmente il ritmo e la musicalità della sua prosa, resi ancora più gradevoli da una voce limpida e gentile e dalla morbida pronuncia di Hannover.

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