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Daniel Brühl
Presto o tardi nella
vita di un attore arriva quel momento decisivo rappresentato dalla
fortunata, o sfortunata, scelta del copione che lo renderà immortale
nella storia del cinema o che lo sconsacrerà in un modo non sempre
delicato. Perché, ammettiamolo, si ricorda un attore per quel film
di successo che lo ha reso famoso per l’assalto (anche mediatico) al
botteghino e per la qualità della sua interpretazione, o si
dimentica lo stesso per quel disastro d’incassi e/o di buongusto che
forse l’attore non ha potuto o saputo prevedere, meglio conosciuto
come fiasco colossale.
Se si pensa al giovane attore Daniel Brühl, nato a Barcellona il
16/06/1978, da padre tedesco e madre spagnola e cresciuto a Colonia,
vengono in mente tre momenti magici della sua neonata carriera o tre
copioni favorevoli che oggi gli permettono di essere citato come un
attore di successo, attore impegnato di film intellettualmente
efficaci e in grado di educare le scolaresche e persuadere i
qualunquisti.
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Daniel Brühl ha cominciato a lavorare in Germania comparendo, dal
1992, in diverse serie televisive e seguendo quello schema che vede
questi episodi come il preludio all’attività cinematografica. Dopo
qualche tentativo insoddisfacente, la prima buona occasione di
ingrandire la sua immagine dal microschermo della televisione al
macroschermo del cinema arriva nel 2000 con “Deeply”, una
co-produzione tedesco-canadese e Brühl è fra gli attori che danno
vita a una storia malinconica di amori antichi e ricordi mai sopiti,
ma non sarà indiscutibilmente ricordato per questo. Quindi Brühl
torna in patria grazie a elettrizzati film di tendenza giovanile
come “Studentenhotel” (2000), “Das weisse Rauschen” (2001) e “Nichts
bereuen” (2001) ai quali seguono sperimentazioni (“Elephantenherz” e
“Vaya con Dios”, entrambi del 2002) fino al primo, grande,
indimenticabile momento magico di “Good-bye, Lenin!” (2003) di
Wolfgang Becker. |
Chi è Sabrina Bottaro,
l'autrice
di questo testo?
Sabrina è laureata in "Lingue e Letterature Straniere". Si interessa di critica letteraria, cinema, letteratura e scrittura creativa. Ha frequentato un corso di formazione editoriale e lavora come insegnante di lingue e come traduttrice freelance.
Per mettersi in contatto con l'autrice scrivete al webmaster di
questo sito:
webmaster@viaggio-in-germania.de |
“Good-bye, Lenin!” è una singolare tragicommedia ambientata nei mesi
a cavallo della caduta del muro di Berlino dove Brühl è il figlio di
un’entusiastica socialista fortemente dedita alla causa della
Repubblica Democratica Tedesca, uscita dalla convalescenza di un
malore senza sapere che, nel tempo in cui era stata in coma, il muro
era stato abbattuto e così anche il mondo che questo rappresentava.
Per paura di una fatale ricaduta, il figlio fa credere alla madre di
essere ancora nella Germania dell’est, lontana anni luce
dall’Occidente, attraverso escamotage di ogni genere fino al giorno
in cui lei viene inevitabilmente a conoscenza della verità. Un film
graffiante e ingegnoso come Alex, il personaggio che Brühl
interpreta con destrezza, a suo agio in un ruolo dove occorre avere
prima di tutto un gran senso dell’umorismo. Non deve esser stato
facile per Brühl fare i conti con l’atmosfera evocativa mirata a
ricostruire la fine della Guerra Fredda, e raccontare una vicenda
piuttosto anomala, rimanendo in un clima canzonatorio che punge è
stata una vera prova di carattere. Una pellicola del genere, con
questa trama surreale, può esaltare o smorzare un avanzamento
professionale. Brühl vede avanzare la sua carriera, negli anni
seguenti, grazie a questo film che lo ha portato in Europa e che
l’Europa ha voluto premiare. E l’ironico “Good-bye” del titolo
diventa un caloroso “welcome”.
Dopo il successo,
inevitabile e giunto grazie a un’evidente meritocrazia, Brühl rimane
in Germania e partecipa con effettiva praticità allo scatenato “Was
nützt die Liebe in Gedanken” (2004) dove un gruppo d’amici si danno
alle droghe, all’alcool e all’amore nella casa delle vacanze alle
porte di Berlino nell’estate del 1927, una storia a tratti nervosa
dove l’amore stesso è in qualche modo nervoso, ma nel complesso
convincente. Una prova soddisfacente per Brühl, ma forse non un
momento magico nel senso in cui lo abbiamo inteso all’inizio.
Poi è la volta, sempre in Germania, di “The Edukators” (2004), un
insolito lavoro cinematografico a metà fra il videoclip rock e il
film d’azione, dove Brühl interpreta un componente del trio formato
da due ragazzi e una ragazza il cui scopo è educare i ricchi della
città, entrando nelle loro case e mettendo tutto a soqquadro senza
rubare niente per colpirli nel loro punto debole: la sicurezza. Il
punto di svolta del film arriva quando la situazione sfugge di mano
e i tre si ritrovano con un ostaggio fra i piedi la cui presenza
metterà tutto in discussione. Brühl interpreta il ruolo bizzarro del
vandalo moralista che, nel caos assoluto, non sembra mai essere sul
punto di una crisi di nervi e convince perché conduce la sua
recitazione dentro e fuori se stesso pur rimanendo tuttavia sempre
presente e attivo. “The Edukators” è una buona prova di resistenza,
che porta gli attori a Cannes, ma Brühl non si cuce il ruolo addosso
come era successo per “Good-bye, Lenin!”.
Prima di vivere il suo secondo momento magico, Brühl vola in
Inghilterra per interpretare, in “Ladies in Lavender” (2004) accanto
alle due dame dell’impero britannico Maggie Smith e Judi Dench, un
violinista dell’est europeo che fa naufragio sulle coste della
Cornovaglia allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e che viene
accolto e ospitato dalle due sorelle (Smith e Dench) prima di
approdare a Londra come musicista. Un film interamente britannico,
con attori britannici in location britanniche, una piccola e
raffinata perla rosa. Brühl appare qui consapevole di aver varcato
senza remore il confine della patria, scegliendo un copione
sentimentale e dolcemente scorrevole fino a diventare mellifluo che
gli permetterà di essere presentato alla Regina d’Inghilterra
Elisabetta II. Ma si tratta di un interludio fra due momenti magici
dove Brühl si carica di commuovente romanticismo e ci riesce grazie
ai suoi incandescenti occhi che dicono tutto.
Nel 2005 Brühl vive il suo secondo momento magico con un ruolo unico
nel suo genere nello straordinario “Joyeux Noël”, una co-produzione
di Francia, Germania e Gran Bretagna con attori delle tre
nazionalità citate. Colpisce il senso estetico di un film uscito in
sordina, in cui Brühl dimostra una vena intellettuale e un interesse
per ciò che la Storia tace. Il film, dove ogni attore recita nella
sua lingua madre, racconta un episodio lasciato all’oblio della
storia della Prima Guerra Mondiale quando alla vigilia del Natale
del 1914 i tre schieramenti, accalcati ognuno nella propria trincea,
cessano coraggiosamente le ostilità per un paio d’ore e celebrano
insieme il Natale, bevendo e improvvisando una partita di calcio,
gesto che sarà punito dai loro superiori. Questo film, davvero
europeo, è il punto centrale della carriera di Daniel Brühl, lontano
ormai dagli assordanti echi di gioventù bruciata che gli avevano
dato l’imput a cominciare e vicino all’affermazione della sua
identità artistica. Dopo “Joyeux Noël”, la carriera di Brühl può
girarsi e tornare indietro, rimanere ferma o proseguire facendosi
largo. Evidentemente la scelta era quella giusta perché Brühl ha
percorso un altro buon tratto di strada a piedi.
Come se nutrisse il desiderio di narrare la Storia e le storie
attraverso occasioni atipiche, Brühl sceglie il copione, tratto da
un libro-documento, di “Salvador, 26 anni contro” (2006), suo terzo
e, speriamo!, non ultimo momento magico. In questo accorato e
inarrestabile film, regista (Manuel Huerga) e produzione spagnoli,
Brühl interpreta Salvador Puig Antich il rivoluzionario anarchico,
l’ultimo condannato a morte per garrota dal regime franchista, un
simulacro in Catalogna a distanza di più di trent’anni dalla sua
morte. Con questo ruolo difficile e sofferto ed emerso dal suo
profondo, Brühl decide di aderire alla campagna mondiale contro la
pena di morte e questa scelta lo trasforma definitivamente in un
attore impegnato che usa la sua popolarità per una causa sociale,
senza snobbare allo stesso tempo le luci abbaglianti e la
scorrevolezza del tappeto rosso. Il film narra mai banalmente la
storia di Salvador, un ragazzo come tanti, che sente di dover far
qualcosa di concretamente politico contro il regime e per questo
pagherà per omicidi da lui non commessi con la pena capitale.
Memorabile la scena della disperata corsa in moto dentro un traforo
nella quale Salvador-Brühl urla tutta la sua rabbia e la scena
finale, la lunga scena dell’esecuzione, è impregnata di un toccante
realismo che scioglie in lacrime gli occhi e il cuore degli
spettatori che, attoniti, non possono evitare di riflettere.
Ultimamente Brühl si è guadagnato anche la zona thriller e d’azione
di Hollywood, ma forse incarna meglio quei personaggi dalla
stravagante comicità, dal coraggio maestoso, dai forti ideali e,
perché no, in fondo anche dallo sguardo struggente. L’importante è
che Brühl rimanga ancora in Europa, nella nostra Europa che gli ha
offerto grandi occasioni e che Brühl ha dimostrato d’amare.
Sabrina Bottaro |