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Daniel Brühl, di padre tedesco e madre spagnola, è uno dei talenti emergenti del cinema europeo. È diventato famoso con il film "Goodbye Lenin" (2003). La presentazione della sua promettente carriera è a cura di Sabrina Bottaro.

Daniel Brühl
Daniel Brühl

Presto o tardi nella vita di un attore arriva quel momento decisivo rappresentato dalla fortunata, o sfortunata, scelta del copione che lo renderà immortale nella storia del cinema o che lo sconsacrerà in un modo non sempre delicato. Perché, ammettiamolo, si ricorda un attore per quel film di successo che lo ha reso famoso per l’assalto (anche mediatico) al botteghino e per la qualità della sua interpretazione, o si dimentica lo stesso per quel disastro d’incassi e/o di buongusto che forse l’attore non ha potuto o saputo prevedere, meglio conosciuto come fiasco colossale.

Se si pensa al giovane attore Daniel Brühl, nato a Barcellona il 16/06/1978, da padre tedesco e madre spagnola e cresciuto a Colonia, vengono in mente tre momenti magici della sua neonata carriera o tre copioni favorevoli che oggi gli permettono di essere citato come un attore di successo, attore impegnato di film intellettualmente efficaci e in grado di educare le scolaresche e persuadere i qualunquisti.

Daniel Brühl ha cominciato a lavorare in Germania comparendo, dal 1992, in diverse serie televisive e seguendo quello schema che vede questi episodi come il preludio all’attività cinematografica. Dopo qualche tentativo insoddisfacente, la prima buona occasione di ingrandire la sua immagine dal microschermo della televisione al macroschermo del cinema arriva nel 2000 con “Deeply”, una co-produzione tedesco-canadese e Brühl è fra gli attori che danno vita a una storia malinconica di amori antichi e ricordi mai sopiti, ma non sarà indiscutibilmente ricordato per questo. Quindi Brühl torna in patria grazie a elettrizzati film di tendenza giovanile come “Studentenhotel” (2000), “Das weisse Rauschen” (2001) e “Nichts bereuen” (2001) ai quali seguono sperimentazioni (“Elephantenherz” e “Vaya con Dios”, entrambi del 2002) fino al primo, grande, indimenticabile momento magico di “Good-bye, Lenin!” (2003) di Wolfgang Becker.

Chi è Sabrina Bottaro,
l'autrice di questo testo?


Sabrina è laureata in "Lingue e Letterature Straniere". Si interessa di critica letteraria, cinema, letteratura e scrittura creativa. Ha frequentato un corso di formazione editoriale e lavora come insegnante di lingue e come traduttrice freelance.

“Good-bye, Lenin!” è una singolare tragicommedia ambientata nei mesi a cavallo della caduta del muro di Berlino dove Brühl è il figlio di un’entusiastica socialista fortemente dedita alla causa della Repubblica Democratica Tedesca, uscita dalla convalescenza di un malore senza sapere che, nel tempo in cui era stata in coma, il muro era stato abbattuto e così anche il mondo che questo rappresentava. Per paura di una fatale ricaduta, il figlio fa credere alla madre di essere ancora nella Germania dell’est, lontana anni luce dall’Occidente, attraverso escamotage di ogni genere fino al giorno in cui lei viene inevitabilmente a conoscenza della verità. Un film graffiante e ingegnoso come Alex, il personaggio che Brühl interpreta con destrezza, a suo agio in un ruolo dove occorre avere prima di tutto un gran senso dell’umorismo. Non deve esser stato facile per Brühl fare i conti con l’atmosfera evocativa mirata a ricostruire la fine della Guerra Fredda, e raccontare una vicenda piuttosto anomala, rimanendo in un clima canzonatorio che punge è stata una vera prova di carattere. Una pellicola del genere, con questa trama surreale, può esaltare o smorzare un avanzamento professionale. Brühl vede avanzare la sua carriera, negli anni seguenti, grazie a questo film che lo ha portato in Europa e che l’Europa ha voluto premiare. E l’ironico “Good-bye” del titolo diventa un caloroso “welcome”.

Wolfgang Becker: "Goodbye Lenin"
Vedi anche la recensione del film:
"Good Bye Lenin" di Wolfgang Becker

Dopo il successo, inevitabile e giunto grazie a un’evidente meritocrazia, Brühl rimane in Germania e partecipa con effettiva praticità allo scatenato “Was nützt die Liebe in Gedanken” (2004) dove un gruppo d’amici si danno alle droghe, all’alcool e all’amore nella casa delle vacanze alle porte di Berlino nell’estate del 1927, una storia a tratti nervosa dove l’amore stesso è in qualche modo nervoso, ma nel complesso convincente. Una prova soddisfacente per Brühl, ma forse non un momento magico nel senso in cui lo abbiamo inteso all’inizio.

Poi è la volta, sempre in Germania, di “The Edukators” (2004), un insolito lavoro cinematografico a metà fra il videoclip rock e il film d’azione, dove Brühl interpreta un componente del trio formato da due ragazzi e una ragazza il cui scopo è educare i ricchi della città, entrando nelle loro case e mettendo tutto a soqquadro senza rubare niente per colpirli nel loro punto debole: la sicurezza. Il punto di svolta del film arriva quando la situazione sfugge di mano e i tre si ritrovano con un ostaggio fra i piedi la cui presenza metterà tutto in discussione. Brühl interpreta il ruolo bizzarro del vandalo moralista che, nel caos assoluto, non sembra mai essere sul punto di una crisi di nervi e convince perché conduce la sua recitazione dentro e fuori se stesso pur rimanendo tuttavia sempre presente e attivo. “The Edukators” è una buona prova di resistenza, che porta gli attori a Cannes, ma Brühl non si cuce il ruolo addosso come era successo per “Good-bye, Lenin!”.

Prima di vivere il suo secondo momento magico, Brühl vola in Inghilterra per interpretare, in “Ladies in Lavender” (2004) accanto alle due dame dell’impero britannico Maggie Smith e Judi Dench, un violinista dell’est europeo che fa naufragio sulle coste della Cornovaglia allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e che viene accolto e ospitato dalle due sorelle (Smith e Dench) prima di approdare a Londra come musicista. Un film interamente britannico, con attori britannici in location britanniche, una piccola e raffinata perla rosa. Brühl appare qui consapevole di aver varcato senza remore il confine della patria, scegliendo un copione sentimentale e dolcemente scorrevole fino a diventare mellifluo che gli permetterà di essere presentato alla Regina d’Inghilterra Elisabetta II. Ma si tratta di un interludio fra due momenti magici dove Brühl si carica di commuovente romanticismo e ci riesce grazie ai suoi incandescenti occhi che dicono tutto.

Nel 2005 Brühl vive il suo secondo momento magico con un ruolo unico nel suo genere nello straordinario “Joyeux Noël”, una co-produzione di Francia, Germania e Gran Bretagna con attori delle tre nazionalità citate. Colpisce il senso estetico di un film uscito in sordina, in cui Brühl dimostra una vena intellettuale e un interesse per ciò che la Storia tace. Il film, dove ogni attore recita nella sua lingua madre, racconta un episodio lasciato all’oblio della storia della Prima Guerra Mondiale quando alla vigilia del Natale del 1914 i tre schieramenti, accalcati ognuno nella propria trincea, cessano coraggiosamente le ostilità per un paio d’ore e celebrano insieme il Natale, bevendo e improvvisando una partita di calcio, gesto che sarà punito dai loro superiori. Questo film, davvero europeo, è il punto centrale della carriera di Daniel Brühl, lontano ormai dagli assordanti echi di gioventù bruciata che gli avevano dato l’imput a cominciare e vicino all’affermazione della sua identità artistica. Dopo “Joyeux Noël”, la carriera di Brühl può girarsi e tornare indietro, rimanere ferma o proseguire facendosi largo. Evidentemente la scelta era quella giusta perché Brühl ha percorso un altro buon tratto di strada a piedi.

Come se nutrisse il desiderio di narrare la Storia e le storie attraverso occasioni atipiche, Brühl sceglie il copione, tratto da un libro-documento, di “Salvador, 26 anni contro” (2006), suo terzo e, speriamo!, non ultimo momento magico. In questo accorato e inarrestabile film, regista (Manuel Huerga) e produzione spagnoli, Brühl interpreta Salvador Puig Antich il rivoluzionario anarchico, l’ultimo condannato a morte per garrota dal regime franchista, un simulacro in Catalogna a distanza di più di trent’anni dalla sua morte. Con questo ruolo difficile e sofferto ed emerso dal suo profondo, Brühl decide di aderire alla campagna mondiale contro la pena di morte e questa scelta lo trasforma definitivamente in un attore impegnato che usa la sua popolarità per una causa sociale, senza snobbare allo stesso tempo le luci abbaglianti e la scorrevolezza del tappeto rosso. Il film narra mai banalmente la storia di Salvador, un ragazzo come tanti, che sente di dover far qualcosa di concretamente politico contro il regime e per questo pagherà per omicidi da lui non commessi con la pena capitale. Memorabile la scena della disperata corsa in moto dentro un traforo nella quale Salvador-Brühl urla tutta la sua rabbia e la scena finale, la lunga scena dell’esecuzione, è impregnata di un toccante realismo che scioglie in lacrime gli occhi e il cuore degli spettatori che, attoniti, non possono evitare di riflettere.

Ultimamente Brühl si è guadagnato anche la zona thriller e d’azione di Hollywood, ma forse incarna meglio quei personaggi dalla stravagante comicità, dal coraggio maestoso, dai forti ideali e, perché no, in fondo anche dallo sguardo struggente. L’importante è che Brühl rimanga ancora in Europa, nella nostra Europa che gli ha offerto grandi occasioni e che Brühl ha dimostrato d’amare.

Sabrina Bottaro

I film di Daniel Brühl:

I film disponibili in lingua italiana

I film disponibili in lingua tedesca

Vedi anche:

"Goodbye Lenin" di Wolfgang Becker
Questo film del 2003 ha avuto uno straordinario successo non solo in Germania, ma anche all'estero.
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