La storia della Germania

La caduta del muro di Berlino - io c'ero!


di Matteo Quero
La caduta del muro di Berlino
Dicembre 1989: il muro di Berlino non divide più la città!
Tutte le foto in questa pagina: Matteo Quero

Berlino, tra il 1989 e il 1990

l clima di festa di quel capodanno berlinese del 1989-90 era da fine impero. Fuochi d’artificio, brindisi, strade ricoperte di cocci di bottiglia, migliaia di sconosciuti con cui festeggiavamo la fine di un’era e l’inizio di un’altra. L’euforia era così esplosiva da coinvolgere anche il più disincantato dei partecipanti. Quella festa aveva tutta l’aria di essere una grande festa di liberazione. Festeggiavamo come se non avessimo mai festeggiato prima.

L’espressione del barista dietro al banco era un misto di stupore e disgusto. Di fronte a lui c’erano quattro ragazzi italiani poco più che ventenni – Lele, Giorgio, Ale e io – che gli mostravano una banconota da cento marchi con l’effige di Marx ed Engels per pagare le ordinazioni. Eravamo Paperoni grazie ad un signore vicentino che, appena tornato da Berlino Est, ci aveva regalato 500 marchi della Germania orientale, privi di valore in Italia, ma al barista sembravano un miraggio. Comunque, non saremmo poi riusciti a spenderli tutti, perché per ogni cosa che volevi comprare a Berlino Est c’era una coda chilometrica davanti ai negozi. Code dappertutto, dal panettiere, dal salumiere, nei ristoranti, nei bar per prendere qualsiasi cosa.
Berlino 1989-1990
Capodanno 1990 a Berlino: si festeggia sopra il muro!

La tristezza di Lipsia

Eravamo partiti qualche giorno prima dall’Italia, con il bagaglio di aspirazioni e voglia di avventura che ogni ragazzo ventenne porta con se quando si mette in viaggio. Il nostro, ne eravamo convinti ancora prima di partire, era un viaggio “storico”: volevamo assolutamente essere a Berlino per festeggiare quel Capodanno unico, poche settimane dopo la caduta del Muro. Una di quelle esperienze da raccontare ai nipotini, orgogliosi di poter dire “Io c’ero”.

Partimmo in fretta e in furia, con una decisione presa solo qualche giorno prima, la notte di Natale. Senza prenotare alberghi, con i passaporti ottenuti in extremis dalla Questura, pochi soldi racimolati dalle “mance natalizie” e i 500 marchi del nostro “benefattore” vicentino. Partiti in treno da Vicenza il pomeriggio del 29 dicembre, arrivammo a Monaco di Baviera in serata e da lì prendemmo la coincidenza per Berlino. Il nostro vagone pullulava di giovani europei decisi a fare la nostra stessa esperienza, vivere in prima persona quel clima da inizio di una nuova era. Francesi, spagnoli, austriaci e inglesi erano come noi euforici. Prima timidamente, poi sempre più convinti, anche i tedeschi si univano ai nostri brindisi.

All’arrivo verso le 4 del mattino a Lipsia sbattemmo contro la dura realtà. I Vopos (Volkspolizisten), le guardie rosse della Germania Est, con il mitra in mano e i cani al guinzaglio ispezionarono tutti i vagoni del treno, passarono al setaccio i documenti dei passeggeri e fecero scendere tutti i tedeschi orientali dal treno. Una retata in piena regola, per far capire che anche se il Muro stava crollando a comandare erano sempre loro. Volenti o nolenti, i tedeschi dell’est non dovevano dimenticarlo.

Li rivedo ancora oggi quei cittadini dell’ex DDR, in fila, davanti al muro della stazione di Lipsia, davanti allo stemma della DDR, con la nebbia che li avvolgeva e i Vopos che li controllavano. Alcuni di loro avevano brindato con noi fino a qualche minuto prima. Ora, invece, l’euforia lasciava spazio alla tristezza. Rimanemmo ammutoliti. Ma il muro era stato veramente abbattuto? Eravamo solo degli illusi che volevano festeggiare la libertà dove la libertà non era mai arrivata, nonostante fosse stata annunciata da giornali e tv di tutto il mondo?

L'euforia di Berlino

Un grande freddo ci accolse al nostro arrivo a Berlino. La città era semiaddormentata (erano le 6 del mattino) e la nostra principale preoccupazione era di trovare un rifugio per la notte. Dopo un lungo girovagare trovammo una stanza in un ostello. La notte insonne fece addormentare subito i miei compagni di viaggio ma io non resistetti all’idea di lanciarmi subito alla scoperta della città. Visitai subito il Muro, ancora in piedi, passai da Kreuzberg, allo Zoo, al Parco di Tiergarten che contiene Siegessäule (la colonna della Vittoria), con quella meraviglia che accompagna chi scopre dal vivo luoghi resi famosi da libri come “Cristiana F.” e i film come “Il cielo sopra Berlino”. E poi via alla scoperta della Berlino orientale, la città grigia da scoprire. Grigia fino alla notte del 31, quando un esplosione di colori, brindisi, baci e abbracci ci catapultò in una Berlino che finalmente sembrava unita, perché uniti erano i tedeschi dell’Est e dell’Ovest nella voglia di voltare pagina.

In quei giorni era l’euforia a farla da padrona. Il grigiore onnipresente a Berlino Est lasciava giorno dopo giorno sempre più spazio ai colori provenienti da Berlino Ovest. Un esempio lampante della contrapposizione cromatica, rappresentazione della contrapposizione politica e ideologica, fino ad allora esistente fra le due parti della città era offerto dalla metropolitana. La metro di Berlino Ovest era riempita dai colori delle pubblicità appese alle pareti della stazione e ai vagoni. Quella di Berlino Est era grigia e spoglia, eccezion fatta per un unico cartello, naturalmente in bianco e nero, che invitata i cittadini ad “arruolarsi” nelle Ferrovie di Stato dell’Est.

Ma dopo il 9 novembre, oltre ai berlinesi dell’Est, anche i colori iniziavano a varcare il confine. Le Trabant di cartone pressato, le uniche auto che circolavano a Berlino Est, erano generalmente bianche, grigie o nere; dopo l’apertura del confine, apparvero alcune Trabant sgargianti, in qualche caso fornite di “spoiler” sul retro. Nel pieno dell’euforia, un giovane proprietario di una “scintillante” Trabant rossa arrivò a vantarsi con noi italiani di guidare la “Ferrari dell’Est”.

Altri dettagli davano la misura del cambiamento epocale in corso. In strada si notavano ragazzi con i jeans e ragazze con le calze di nylon, vestiario fino ad allora inaccessibile, che iniziava ad entrare prepotentemente negli armadi dei berlinesi dell’Est. Dopo l’apertura del confine fra le due parti della città, infatti, oltre ai generi alimentari, i primi scambi tra le popolazioni riguardavano questi capi d’abbigliamento che iniziavano a diventare oggetti di culto anche dall’altra parte del muro. Ormai quasi tutti i generi di consumo erano disponibili anche nella parte Est, a condizione di passare ore e ore in fila: c’erano file ovunque, dal panettiere, al ristorante, dal salumiere, nei negozi di abbigliamento. Era un’impresa riuscire a spendere i marchi che avevamo in tasca.

Baci, abbracci e brindisi. Calze di nylon, jeans e Trabant sgargianti. Tante piccole storie, immagini impresse indelebilmente nella memoria di chi c’era, simboli dell’inizio di una nuova era.

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