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Tutte le foto: Matteo Quero
Il
clima di festa di quel capodanno berlinese del 1989-90 era da fine
impero. Fuochi d’artificio, brindisi, strade ricoperte di cocci di
bottiglia, migliaia di sconosciuti con cui festeggiavamo la fine di
un’era e l’inizio di un’altra. L’euforia era così esplosiva da
coinvolgere anche il più disincantato dei partecipanti. Quella festa
aveva tutta l’aria di essere una grande festa di liberazione.
Festeggiavamo come se non avessimo mai festeggiato prima.
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L’espressione del barista dietro al banco era un misto
di stupore e disgusto. Di fronte a lui c’erano quattro
ragazzi italiani poco più che ventenni – Lele, Giorgio,
Ale e io – che gli mostravano una banconota da cento
marchi con l’effige di Marx ed Engels per pagare le
ordinazioni. Non era cosa da tutti i giorni. Eravamo
Paperoni grazie ad un signore vicentino che, appena
tornato da Berlino Est, ci aveva regalato 500 marchi
della Germania orientale, privi di valore in Italia. Per
noi italiani non valevano nulla, al barista sembravano
un miraggio. E comunque non saremmo poi riusciti a
spenderli tutti, perché per ogni cosa che volevi
comprare a Berlino Est c’era durante il giorno una coda
chilometrica davanti ai negozi. Code dappertutto, dal
panettiere, dal salumiere, nei ristoranti, nei bar per
prendere qualsiasi cosa. |
Chi è Matteo Quero, l'autore di questo
testo?
Matteo Quero è nato a Vicenza, nel
1966. Oggi lavora come imprenditore nel settore terziario.
La sua passione è la politica e l'impegno civico. È
impegnato nel PD ed è consigliere della provincia di
Vicenza.
matteoquero@libero.it
www.matteoquero.it |
Dentro quel palazzo dove ci eravamo intrufolati entrando dalla
finestra, al contrario, tutto era più contenuto e sommesso rispetto
all’euforia all’esterno. Eravamo finiti in mezzo alla festa privata
dei quadri della SED, il Partito Comunista della Germania Est, che
ci guardavano con un’aria simile a quella dell’uomo dietro al
bancone. Ci sentivamo del tutto fuori luogo, come orsi polari in
Senegal. Ma il nostro fare disinvolto, le quattro parole di tedesco
maccheronico che balbettavamo, la nostra gioia di italiani da
esportazione, il nostro continuo sorridere e dire “ja-ja” minuto
dopo minuto stava rompendo il muro della loro perplessità. La nostra
allegria aveva contagiato l’apparato. Le ragazze e donne che erano
in compagnia dei dirigenti di partito iniziarono a ballare con noi.
Gli uomini cominciarono ad offrirci da bere. In pochi minuti le
grida e le risate riempì le stanze. Il grigiore dell’apparato si
colorava di allegria.

La Porta di Brandeburgo - capodanno 1990
Eravamo partiti qualche giorno prima dall’Italia, con il bagaglio di
aspirazioni e voglia di avventura che ogni ragazzo ventenne porta
con se quando si mette in viaggio. Il nostro, ne eravamo convinti
ancora prima di partire, era un viaggio “storico”: volevamo
assolutamente essere a Berlino per festeggiare quel Capodanno unico,
poche settimane dopo la caduta del Muro. Una di quelle esperienze da
raccontare ai nipotini, orgogliosi di poter dire “Io c’ero”.
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Partimmo in
fretta e in furia, con una decisione presa solo qualche
giorno prima, la notte di Natale. Senza prenotare
alberghi, con i passaporti ottenuti in extremis dalla
Questura, pochi soldi racimolati dalle “mance natalizie”
e i 500 marchi del nostro “benefattore” vicentino.
Partiti in treno da Vicenza il pomeriggio del 29
dicembre, arrivammo a Monaco di Baviera in serata e da
lì prendemmo la coincidenza per Berlino. Il nostro
vagone pullulava di giovani europei decisi a fare la
nostra stessa esperienza, vivere in prima persona quel
clima da inizio di una nuova era. Francesi, spagnoli,
austriaci e inglesi erano come noi euforici. Prima
timidamente, poi sempre più convinti, anche i tedeschi
si univano ai nostri brindisi. |

Altre pagine
sul muro di Berlino:
Il muro di Berlino: la storia
Il muro di Berlino: foto, dati e fatti
Galleria fotografica: La caduta del muro di Berlino
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All’arrivo verso le 4 del mattino a Lipsia sbattemmo contro la dura
realtà. I Vopos (Volkspolizisten), le guardie rosse della Germania
Est, con il mitra in mano e i cani al guinzaglio ispezionarono tutti
i vagoni del treno, passarono al setaccio i documenti dei passeggeri
e fecero scendere tutti i tedeschi orientali dal treno. Una retata
in piena regola, per far capire che anche se il Muro stava crollando
a comandare erano sempre loro. Volenti o nolenti, i tedeschi
dell’Est non dovevano dimenticarlo.
Li rivedo ancora oggi quei cittadini dell’ex DDR, in fila, davanti
al muro della stazione di Lipsia, davanti allo stemma della DDR, con
la nebbia che li avvolgeva e i Vopos che li controllavano. Erano
tristi, alcuni piangevano, con i bagagli in mano, aspettavano un
ordine che non sembrava arrivare mai. Alcuni di loro avevano
brindato con noi fino a qualche minuto prima. Ora, invece, l’euforia
lasciava spazio alla tristezza. Rimanemmo ammutoliti. Ma il muro era
stato veramente abbattuto? Eravamo solo degli illusi che volevano
festeggiare la libertà dove la libertà non era mai arrivata,
nonostante fosse stata annunciata da giornali e tv di tutto il
mondo?
Un grande freddo ci accolse al nostro arrivo a Berlino. La città era
semiaddormentata (erano le 6 del mattino) e la nostra principale
preoccupazione era di trovare un rifugio per la notte. Dopo un lungo
girovagare trovammo una stanza in un ostello. La notte insonne fece
addormentare subito i miei compagni di viaggio ma io non resistetti
all’idea di lanciarmi subito alla scoperta della città. Visitai
subito il Muro, ancora in piedi, passai da Kreuzberg, allo Zoo, al
Parco di Tiergarten che contiene Siegessäule (la colonna della
Vittoria), con quella meraviglia che accompagna chi scopre dal vivo
luoghi resi famosi da libri come “Cristiana F.” e i film come “Il
cielo sopra Berlino”. E poi via alla scoperta della Berlino
orientale, la città grigia da scoprire. Grigia fino alla notte del
31, quando un esplosione di colori, brindisi, baci e abbracci ci
catapultò in una Berlino che finalmente sembrava unita, perché uniti
erano i tedeschi dell’Est e dell’Ovest nella voglia di voltare
pagina.
In quei giorni era l’euforia a farla da padrona. Il grigiore
onnipresente a Berlino Est lasciava giorno dopo giorno sempre più
spazio ai colori provenienti da Berlino Ovest. Un esempio lampante
della contrapposizione cromatica, rappresentazione della
contrapposizione politica e ideologica, fino ad allora esistente fra
le due parti della città era offerto dalla metropolitana. La metro
di Berlino Ovest era riempita dai colori delle pubblicità appese
alle pareti della stazione e ai vagoni. Quella di Berlino Est era
grigia e spoglia, eccezion fatta per un unico cartello, naturalmente
in bianco e nero, che invitata i cittadini ad “arruolarsi” nelle
Ferrovie di Stato dell’Est.
Ma dopo il 9 novembre, oltre ai berlinesi dell’Est, anche i colori
iniziavano a varcare il confine. Le Trabant di cartone pressato, le
uniche auto che circolavano a Berlino Est, erano generalmente
bianche, grigie o nere; dopo l’apertura del confine, apparvero
alcune Trabant sgargianti, in qualche caso fornite di “spoiler” sul
retro. Nel pieno dell’euforia, un giovane proprietario di una
“scintillante” Trabant rossa arrivò a vantarsi con noi italiani di
guidare la “Ferrari dell’Est”.
Altri dettagli davano la misura del cambiamento epocale in corso. In
strada si notavano ragazzi con i jeans e ragazze con le calze di
nylon, vestiario fino ad allora inaccessibile, che iniziava ad
entrare prepotentemente negli armadi dei berlinesi dell’Est. Dopo
l’apertura del confine fra le due parti della città, infatti, oltre
ai generi alimentari, i primi scambi tra le popolazioni riguardavano
questi capi d’abbigliamento che iniziavano a diventare oggetti di
culto anche dall’altra parte del muro. Ormai quasi tutti i generi di
consumo erano disponibili anche nella parte Est, a condizione di
passare ore e ore in fila: c’erano file ovunque, dal panettiere, al
ristorante, dal salumiere, nei negozi di abbigliamento. Era
un’impresa riuscire a spendere i marchi che avevamo in tasca.
Baci, abbracci e brindisi. Calze di nylon, jeans e Trabant
sgargianti. Tante piccole storie, immagini impresse indelebilmente
nella memoria di chi c’era, simboli dell’inizio di una nuova era.
Matteo Quero |