Letteratura e cultura tedesca

A sipario chiuso: Bertolt Brecht e la poesia


di Eleonora Massa
Bertold Brecht
Bertolt Brecht, nel 1954, a 56 anni
foto: Jörg Kolbe / Bundesarchiv

Svendborger Gedichte (Le poesie di Svendborg):

È il pensiero che si fa azione: è il teatro in Bertolt Brecht. A cominciare dal successo de L’Opera da tre soldi (Die Dreigroschenoper) - l’unico suo vero successo di cassetta – nel 1928, presso il Theater am Schiffbauerdamm: strumento cardine del suo impegno, mezzo principale attraverso cui esso viene accolto e recepito. Al tempo stesso, strumento più vulnerabile: quando Brecht lascia la Germania all’indomani dell’incendio del Reichstag (27 febbraio 1933), le sue opere vengono ormai tolte dai cartelloni.

In Danimarca, in una casa contadina della provincia di Svendborg, circondato da una natura brulla e fredda, in un clima proficuo di solitudine e meditazione, Brecht riprende in mano innanzitutto una cosa: i suoi versi, le sue liriche, le sue poesie. All’anno successivo, il 1934, risale la pubblicazione della raccolta Canzoni, poesie, cori (Lieder, Gedichte, Chöre), tappa fondamentale del suo excursus poetico; al 1939, ancora, quella delle Poesie di Svendborg (Svendborger Gedichte), il punto più alto della lirica brechtiana.
La casa di Brecht a Svendborg
La casa a Svendborg dove Brecht visse dal 1933 al 1939
foto: https://svendborgbibliotek.dk
Come se, in fondo, scrivere versi fosse qualcosa contro cui regime e censura nulla possono: di fatto, le due sillogi sono l’emblema dell’impegno antifascista di Brecht. Ancora una volta, l’attacco al sistema consiste nel prendere, nel guardare, nell’inquadrare le cose dal basso, deformandole, stravolgendole, finendo col metterle in ridicolo e, ciò facendo, svelandone lucidamente le mostruosità.

Così, agli slogan di propaganda del regime si oppongono le Ninne-nanne (Wiegenlieder) di Canzoni, poesie, cori, in cui l’offensiva contro il Terzo Reich è consegnata ai ritmi della ballata popolare e alla voce dei proletari. Quando ti portavo nel mio grembo (Als ich dich in meinem Leib trug) – cantilena una madre al proprio figlio - «i tuoi fratelli […] volevano una minestra, e io non l’avevo per niente. […] per il dottore non avevamo soldi, ci servivano per […] il pane».

L’economia della Germania nazista vedeva aumentare profitti e produzione e, allo stesso tempo, sprofondare salari e diritti dei lavoratori. «Quando ti concepii», continua a raccontare la madre, «già avevamo sepolto quasi ogni speranza nel pane e nel lavoro – e solo in Karl Marx e Lenin era scritto che noi lavoratori abbiamo un futuro». Pur non essendovisi mai ufficialmente iscritto, dal 1930 Brecht era strettamente legato al partito comunista.

Negli Svendborger Gedichte, là dove L’imbianchino parla di grandi tempi a venire (Der Anstreicher spricht von kommende großen Zeiten), in cui «Le foreste crescono ancora. I campi sono fertili ancora. Le città ci sono ancora» e, quasi a destare meraviglia, «Gli uomini respirano ancora», si consuma la dissacrazione del mito del Führer. Nella raccolta è poi l’antimilitarismo brechtiano a trovare sigillo.

   Sul muro c’era scritto col gesso (Auf der Mauer stand mit Kreide):
   vogliono la guerra.
   Chi l’ha scritto
   è già caduto.

Sulla denominazione emigrante (Über die Bezeichnung Emigranten), osserva ancora Brecht, «Falso quel nome assegnatoci sempre trovai […]. Significa esule, si sa. Ma noi esuli non eravamo per libera scelta, […]. Noi fuggivamo scacciati, banditi. Né è una nuova patria, esilio è la terra che ci accoglie». Tuttavia, proprio i versi scritti lontano dalla Germania saranno un suggello ulteriore – una pagina fondamentale – del manifesto programmatico brechtiano.
Le Poesie di Svendborg
Frontespizio originale delle "Poesie di Svendborg",
una delle raccolte di poesie più importanti di Brecht.
foto: Karel Schulz

Ma Brecht scrive poesie per tutta la vita...

Alcuni componimenti rinvenuti postumi sono datati 1913: sono gli anni di Augusta, la cittadina sveva dove Brecht nasce l’11 febbraio 1898 e che lascerà nel 1920, dopo la morte della madre, per stabilirsi a Monaco e proseguire gli studi. Le ultime liriche riportano la data del 1956, l’anno della sua morte a Berlino.
Scrivere poesie è un’attività che nutre, alimenta, tesse il percorso di Brecht uomo e artista.

Nel Libro di devozioni domestiche (Hauspostille) (1927) l’autore offre una delle prime prove della sua cifra stilistica: di quell’insolente sfacciataggine, vale a dire - impertinente sfrontatezza - di quella villana irriverenza contro ogni dogma e convenzione. Allo scopo edificante del commento biblico approntato da Martin Lutero nel 1544 segue - e viene cioè post ille, dopo quello - lo sberleffo brechtiano al moralismo clericale. Ai valori ascetici del cristianesimo Brecht contrappone l’elogio, la celebrazione, se non addirittura la sacralizzazione dei piaceri corporali: «Nelle mie vene c’è cognac. La mia mano è di carne. […] sarei buono per il letto, amiche mie!», recita il Terzo salmo (Dritter Psalm). «Lodate di cuore la corta memoria del cielo!», scriverà ancora Brecht nel Grande inno di ringraziamento (Großer Dankchoral), «che né il vostro nome conosce né il volto. […] Guardate lassù: non dipende da voi e potete morire senza timori». Brecht invoca il compenso di Dio per gli esclusi dall’ortodossia religiosa: per coloro che rubavano i pesci e il sale, perché la vita era dura, per coloro che non avevano un letto, un tavolo – coloro che non avevano niente – per coloro che si incontrarono – e cioè fecero l’amore – tra le reti dei pescatori. È quanto avviene nella Ballata di Hanna Cash (Die Ballade von der Hanna Cash).

Brecht e i diseredati, Brecht e gli emarginati, Brecht e i poveracci

È una costante della sua produzione, a cominciare da quella lirica. La preghiera – poiché di tale si tratta - A mia madre (Meiner Mutter), ricorda che

   Lei era leggera, premeva la terra appena.
   Quanto dolore ci volle per farla così leggera!!

Ne Il foglietto degli acquisti (Das Zettel des Brauchens) orgogliosi sono coloro che mostrano il loro foglietto, «dove c’è poco». François Villon (Vom François Villon) era figlio di bassa gente e Maria Farrar, l’infanticida (Von der Kindesmörderin Marie Farrar).

La lirica è in Brecht, ancora, il luogo in cui quel suo gusto innato per l’insipido, il frugale, il dimesso, trova una voce originale: «Tra tutte le opere io prediligo quelle usate», osserva. «I bacili di rame ammaccati, appiattiti sugli orli, le forchette e i coltelli dai manici di legno che molte mani hanno logorato: queste mi parvero le più nobili forme» (Tra tutte le opere/Von allen Werken).

È l’uomo Brecht più che il Brecht scrittore a parlare e a raccontarsi nei versi che scrive: un Brecht – in qualche modo sorprendentemente – disimpegnato, privato. Un Brecht che parla dei Piaceri (Vergnügungen) di uomo comune:

   Il primo sguardo dalla finestra il mattino
   il vecchio libro ritrovato
   volti entusiasti
   neve, il mutare delle stagioni
   il giornale
   il cane
   la dialettica
   fare la doccia, nuotare
   musica antica
   scarpe comode
   capire
   musica moderna
   scrivere, piantare
   viaggiare
   cantare
   essere gentili.

Un Brecht che parla d’amore

Un Brecht che parla d’amore: e che lo fa un’ultima volta nel modo che meglio conosce: raccogliendo i cocci, raccogliendo quel che resta, e tirando avanti la carretta, seppur pesante. Ciò facendo, ci ha lasciato alcuni versi indimenticabili sull’amore. Fu tanti anni fa (Es ist viele Jahre her, und zuzeiten weiß ich nichts), scriveva già nel 1920:

   Fu tanti anni fa
   ed al presente
   di lei non so più niente
   di lei che un tempo mi era tutto.
   Ma tutto se ne va.
Lapide di Bertolt Brecht
La lapide di Bertolt Brecht nel cimitero di Dorotheenstadt
foto: Eleonora Massa

Il testamento di Brecht

È il proprio testamento – fisico e spirituale – infine, che Bertolt Brecht affida alla propria poesia. Non mi serve una lapide (Ich benötige keinen Grabstein), scriverà negli ultimi versi (1947-1956):

   Non mi serve una lapide, ma
   se a voi ne serve una per me
   vorrei che sopra stesse scritto:
   Ha fatto delle proposte. Noi
   le abbiamo accolte.
   Una simile scritta farebbe
   onore a tutti.

Verrà sepolto presso il Dorotheenfriedhof che scorgeva dalle finestre della sua abitazione, lungo la Chaussestraße, a pochi passi dal Theater am Schiffbauerdamm: quel teatro che lo aveva fatto conoscere al grande pubblico e che sarebbe diventato il palcoscenico stabile della Berliner Ensemble. Là dove tutto era cominciato e, allo stesso modo, sarebbe finito.

Verrà sepolto senza cerimonie, come da lui richiesto.
La sua lapide, quasi, non la si vede: sopra c’è scritto "Bertolt Brecht".
Scrittore.
Drammaturgo.
Poeta.

Le fonti di questo articolo:

Le liriche citate in questo articolo sono raccolte, nell’originale in tedesco e nella traduzione italiana, nei volumi:
  • Bertolt Brecht. Poesie (1992). Torino, Einaudi.
  • Bertolt Brecht. Liriche d’amore e altre poesie (2002). Milano, Garzanti.
    (vedi sotto)
Riferimenti essenziali ad alcuni degli aspetti qui affrontati sono nella “Premessa” e nella “Nota introduttiva” al volume edito da Einaudi.

Leggete anche l'altra parte della ricerca di Eleonora Massa su Bertolt Brecht:

Le poesie di Brecht in libreria:

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