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In questo racconto Sabrina Bottaro non ci presenta la città come la possiamo conoscere dalle guide. Secondo lei, Berlino ha un’anima e un volto che si nasconde dietro la maschera che funge da richiamo turistico.

"Berlino è una città condannata per sempre a diventare e mai ad essere"
Karl Scheffler, autore di "Berlin: Ein Stadtschicksal" (1910)

L’autrice di questa pagina a chi legge:
volutamente non parlerò dei luoghi più famosi della città (porta di Brandeburgo, Potsdamer Platz, Alexanderplatz, Torre della Televisione, Checkpoint Charlie, Reichstag, Unter der Linden, la colonna della Vittoria, il Duomo, eccetera) perché credo che una città da visitare non sia solo quella dei percorsi obbligati e guidati, non sia solo ciò che la rende conosciuta e identificabile, perché non ci sono solo simboli e sfondi da cartolina, cibo decente, mezzi pubblici efficienti, ordinarie curiosità da guida turistica, souvenir e prodotti tipici. Credo che una città da visitare abbia un’anima e un vero volto che si nasconde dietro la maschera che funge da richiamo turistico. E il vero volto di Berlino è quello di una città discreta e sensibile che si cela dietro costruzioni moderne, affollate, imponenti, costose, scintillanti, quelle che non citerò.


Una città non è solo quello che si vede nelle cartoline...
Tutte le foto in questa pagina: Wikipedia

Un giorno un cultore di filosofia, con una sciarpa nera intorno al collo e occhiali a montatura di tartaruga, mi ha detto: “Da un viaggio devi assorbire lo stesso nutrimento a base di pane e sogni che trai leggendo un buon libro.” Ed io ho pensato senza proferire verbo: “E se quel giorno uno non ha particolarmente fame o sonno? Un libro lo puoi rimettere sullo scaffale, ma un viaggio se vuoi tornare a casa devi portarlo al termine anche se il cibo non è fragrante, il clima diventa ostile, i prezzi si rivelano sproporzionati alle tasche dei comuni mortali, scopri trattamenti destinati ai turisti per alleggerire il portafoglio, incontri indigeni nevrotici e disturbati dalla tua presenza e i luoghi turistico-ossessivi non fanno esattamente della città un posto
unico al mondo.” Tutto questo per dire che bisogna essere fortunati nella scelta del luogo da visitare e meglio se si è consapevoli di ciò che si trova prima di partire per un soggiorno di una settimana/dieci giorni. Credo che ciò si chiami “documentarsi, meglio prima di acquistare i biglietti dell’aereo e prenotare una camera d’albergo che dopo aver pagato il tutto”.


All'aeroporto di Berlino-Tegel si arriva così: passando sopra una strada

Quando il mio fidanzato Marco ed io siamo atterrati a Berlino credevo di sapere cosa avrei trovato. Erano anni che mi documentavo e avevo visto le foto su Internet e sui libri, letto reportage sulle riviste, ascoltato pareri discordanti di chi ci era già andato. Una capitale (ri)costruita negli ultimi sessant’anni e quindi non esattamente autentica, da mangiare solo ed esclusivamente wurstel da accompagnare con solo ed esclusivamente crauti e/o patate, musei consigliati dalle guide di tutto il mondo e quindi affollatissimi e prevedibili, caramelle Haribo non vendute in Italia, un clima continentale che avrebbe riservato sorprese indesiderate. Ma ci tenevo molto ad andarci per parlare la lingua e per entrare vistosamente in contatto con quella stessa civiltà che avevo studiato sui libri al liceo e all’università. Tutti sanno che studiare una cultura non significa necessariamente conoscerla ma io ero forte delle mie nozioni. Poi ho scoperto che a Berlino anche i mattoni ballano il can-can e alcuni dei miei punti di riferimento (o luoghi comuni?) sono crollati.

Chi è Sabrina Bottaro,
l'autrice di questo testo?


Sabrina è laureata in "Lingue e Letterature Straniere". Si interessa di critica letteraria, cinema, letteratura e scrittura creativa. Ha frequentato un corso di formazione editoriale e lavora come insegnante di lingue e come traduttrice freelance.

Per mettersi in contatto con l'autrice scrivete al webmaster di questo sito:
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La "Gedächtniskirche" (chiesa della memoria).
I berlinesi l'hanno lasciata così com'è uscita dall'ultima guerra.
Accanto (a destra): il campanile della moderna chiesa.

A Berlino la parola chiave è “memoria”, o meglio l’attaccamento al passato per espiarlo e per far capire al mondo intero che non lo dimenticherà mai, sia che lo ha ordinato sia che lo ha subito. Voglio parlare di Berlino nel modo in cui lo spirito della città mi ha colpito. Nel modo in cui i miei occhi l’hanno osservata con lo sguardo a metà fra il curioso-maniacale e l’assorto-filosofico per descrivere l’ansia motivata di costruire-abbattere-ricostruire una città sempre in movimento e il torpore storico-memorabile-intenzionale per non dimenticare nel modo più assoluto ciò che è stato. Perché Berlino sfreccia su questi binari: da una parte si vuole dimenticare un passato terribile e recente e dall’altra si vuole ricominciare e/o andare avanti scioccando il mondo intero con costruzioni avveniristiche e altre modernità da fantascienza.


1945: un carro armato russo davanti alla porta di Brandeburgo

La Seconda Guerra Mondiale. Passato spaventoso. La tragedia dell’Olocausto è ricordata soprattutto da un silenzioso e sensibile memoriale alle vittime del genocidio, a sud della Porta di Brandeburgo, l’Holocaust-Mahnmal costituito da 2711 blocchi di cemento rettangolari di diverse altezze dove i visitatori possono muoversi liberamente. L’impatto è forte e intenso e la visita emotivamente coinvolgente, mi sono ritrovata con gli occhi lucidi e il cuore scosso. Invece, rabbia e sdegno mi hanno invaso nel visitare l’esposizione permanente Topographie des Terrors allestita sulle rovine dove un tempo sorgevano le istituzioni del Terzo Reich che illustra attraverso fotografie, documenti d’epoca e mappe l’ideologia nazista e la sua progettazione e attuazione. La mostra Gedenkstätte Deutscher Widerstand ricorda i protagonisti della Resistenza tedesca al regime nazista attraverso fotografie e diciture esplicative in quello che dal 1935 al1945 era l’alto organo responsabile della Wehrmacht dove, nel luglio 1944, un gruppo di ufficiali guidati da Claus Schank conte di Stauffenberg, progettò un attentato ad Hitler che fallì e i cospiratori condannati a morte. Nel cortile interno del museo c’è una targa che serba il ricordo degli ufficiali fucilati e una statua di un giovane nudo con le mani incatenate.


Il monumento all'Olocausto

A memoria dei bombardamenti che hanno raso al suolo la città si possono osservare, ad esempio e non senza farsi scuotere dai brividi, due ex-chiese divenute oggi memoriali: la Gedächtniskirche a metà della convulsa strada dello shopping Kurfürstendamm e la Franziskaner Klosterkirche a due passi dal Nikolaiviertel, il placido quartiere-villaggio folcloristico che sembra essersi fermato a più di un secolo fa. La prima ha il campanile, una volta pittoresco, mozzato e della seconda sono rimaste le quattro pareti sdentate dall’interno delle quali vedi il cielo azzurro e l’onnipresente e intimidatoria Torre della Televisione di cui non parlerò nel dettaglio. Ma questi due ruderi hanno un fascino vampiresco e sconcertante, volutamente sconcertante e proprio non puoi fare a meno di notarli. Inoltre, poiché Berlino ospita un numero imprecisato di sculture contemporanee fortunatamente esposte a cielo aperto, da notare è la scultura in pietra arenaria rossa dedicata alle coraggiose donne di Rosenstraße, mogli cristiane di mariti ebrei già arrestati e in attesa di essere deportati, che durante l’inverno del 1943 rimasero sotto l’ edificio al numero civico 2-4 della stessa strada, l’ex ufficio per gli affari ebraici, a protestare pacificamente e chiedere la liberazione dei loro mariti che, alla fine, ottennero.

Berlino, la capitale. La capitale Berlino. Strano sapere che per anni queste due parole fossero separate da un punto invece che da una virgola o posizionate nello stesso soggetto di una frase. È strano, incomprensibile e misterioso. Dove? Quando? Perché? All’epoca in cui la città era tagliata in due, divisa da un muro che, immagino, dovesse essere soltanto materiale perché forse gli abitanti ad est pensavano a quelli ad ovest e viceversa con un sentimento più vicino allo struggimento che al distacco. Un muro. Il Muro. Che sezionava la città. Come si può immaginare una simile condizione? Come se la mia città, Roma, fosse divisa in due e i suoi abitanti si chiamassero “romani est” e “romani ovest” e avessero diversa valuta, diversi vestiti, diversi usi e costumi, diversa libertà.


1986: il Muro di Berlino divide una strada.
A destra: Berlino ovest, a sinistra: Berlino est.

A Roma già la divisione in quartieri è imbarazzante e in qualche modo autocratica, figuriamoci in due paesi diversi. Ma io non posso capire, né immaginare, forse neanche sapere. Posso però sentire e lasciarmi trafiggere dalle fotografie dei caduti nel tentativo di fuga da Berlino Est all’Ovest che affollano uno spazio semplice a due passi dalla Porta di Brandeburgo, il Memoriale delle Vittime del Muro. E ho sentito, mentre cercavo di vivere più possibile la città, il desiderio di avvicinarsi gli uni agli altri trasudare dai palazzi, camminare nelle strade, trapelare nei negozi e nei musei, gocciolare dagli sguardi e nella gentilezza delle persone con le quali sono entrata in contatto a Berlino. La East Side Gallery, la testimonianza più imponente del muro rimasta in città e decorata da opere d’arte spruzzate direttamente sul cemento dello stesso. Sotto una pioggia battente Marco e io abbiamo percorso il marciapiede dove scorreva il muro così variopinto, senza dire una parola, chiedendoci come fosse possibile che una costruzione oggi innocua e pittoresca potesse essere un tempo il sinonimo per eccellenza di separazione. Quei resti di muro mi facevano pensare alla rassegnata capitolazione di un popolo e al suo destino di essere spartito.


"Don't destroy history" (Non distruggete la storia).
Un pezzo del muro rimasto, vicino al Potsdamer Platz

In passato la Germania era divisa in piccoli stati, ma erano davvero altri tempi, tempi in cui c’era un re, un castello arroccato e la sua gente intorno, tempi in cui si combattevano le guerre senza alcuna ideologia. Decisi dunque di capire come il pensiero del Muro abitasse oggi nei berlinesi. Ricordo doloroso di una vita da dimenticare? O richiamo storico da conservare per le nuove generazioni anche attraverso l’esposizione Stasi - Die Ausstellung, mostra permanente dedicata alla minacciosa istituzione della DDR? Quando poi notai, camminando a caso, in alcuni punti la striscia – riempita di pietre e cemento – del percorso del muro, capii che il Muro è una presenza impossibile da collocare in un luogo preciso della mente, un’entità materiale e spirituale che in passato rappresentava la costrizione ma che oggi è testimonianza incorruttibile di un futuro inimmaginabile che non si è realizzato. Credo tuttavia che il Muro apparterrà per sempre a Berlino, anche se è stato abbattuto e con esso la vecchia politica, perché rappresenta un pezzo della memoria storica che una città si porta addosso e perciò impossibile da dimenticare, anche se si copre di colori vivaci o si ritaglia in una scultura evocativa.


Oggi, il Muro di Berlino è quasi completamente cancellato.
In alcune strade, come qui, si vede per terra il vecchio percorso del muro.
Prima del 1989 qui si sparava e si moriva.
In fondo la modernissima stazione centrale di Berlino.

Berlino e l’arte, pardon Arte. Che poi è un concetto molto relativo: dai musei di grande interesse sull’isola dei musei (incredibile…un’isola in mezzo al fiume Sprea dedicata solo ai musei?!) alle mostre bizzarre come ad esempio quella dedicata al wurstel al curry. Dovunque trovi uno spazio espositivo, anche all’aria aperta, dove sculture, opere futuristiche ed edifici di valore, quadri stimati e disegni di principianti si esibiscono per gli occhi di un pubblico pagante, un pubblico di passaggio, un pubblico fanatico d’arte. E noi eravamo una somma di queste tre categorie.


La Porta di Ishtar nel museo di Pergamon

Abbiamo pagato con gioia il biglietto cumulativo per l’isola dei musei e ci siamo soffermati a lungo nel Museo delle antichità di Pergamo davanti alla Porta di Ishtar che, per un momento, ha fermato il nostro battito cardiaco e dove il luminoso blu delle sue mattonelle ha avuto momenti di fosforescenza nei nostri occhi e all’Alte Nationalgalerie dove siamo rimasti di sasso di fronte al quadro L’isola dei morti di Arnold Böcklin, che non si può descrivere sulla carta ma osservare rischiando l’allontanamento momentaneo della realtà e, ancora, alcuni fra i quadri più famosi di Caspar David Friedrich. Abbiamo visitato gratuitamente (fatto atipico per una casa-museo che di solito è privata) il Knoblauchhaus-Museum, l’edificio più antico (1761) nel quartiere-villaggio Nikolaiviertel dove abitò l’importante famiglia Knoblauch costituita da vite illustri (politici, l’architetto della sinagoga originale in Oranienburger Straße, mecenati delle arti, il fondatore di una azienda di pronto soccorso) interamente in caratteristico stile Biedermeier (musica per i nostri occhi appassionati di arte ottocentesca).


Il monumento a Friedrich Schiller (Gendarmenmarkt), di sera.

E ancora, ci siamo fermati sorpresi di fronte alle statue (ad esempio a Friedrich Schiller in Gendarmenmarkt, la piazza con le due chiese gemelle una di fronte all’altra), alle sculture commemorative (oltre quelle già citate, ad esempio, la Pietà di Käthe Kollwitz nella Neue Wache ovvero il “nuovo posto di guardia”, un monumento alle “vittime della guerra e della tirannia” che contiene inoltre i resti di un soldato ignoto, di un militante della resistenza e la terra di nove posti di guerra e campi di concentramento europei), pubblicitarie (come l’orso – simbolo di Berlino - dipinto da colori sgargianti o ancora una giraffa gigante costruita interamente da mattoncini Lego), inclassificabili (come la già citata East Side Gallery). Un altro museo incredibile, in un edificio che ricorda un castello incantato delle favole dei Grimm, è il Märkisches Museum che racconta Berlino dalla preistoria a oggi e, in questi giorni, celebra i cento anni dall’avvento della luce elettrica nella città con installazioni di artisti contemporanei, documentazione accurata (anche plastici), reperti d’epoca (come lampadine, lampioni, batterie, altri aggeggi), quadri futuristici (ad esempio, Gasometer in Schöneberg di Lyonel Feininger) e, in una stanza di solito dedicata ai ruggenti Anni Venti, una macchina per vedere le fotografie d’epoca. Da segnalare nello stesso museo è la cappella gotica, mantenuta al buio più totale e all’umidità più fredda ma che si rivela all’improvviso altamente originale.


Il castello di Charlottenburg

Altrove, spazi aperti e incantati come il parco del castello di Charlottenburg, la versione cittadina di una residenza reale estiva con museo d’Arte Romantica annesso, dove passeggiare fino al Belvedere e andare in bicicletta e riconciliarsi con la natura fra fiori coloratissimi e statue di fanciulli in pose pastorali e arcadiche, o ancora la cittadella di Spandau, la tipica piazzaforte delle favole circondata dall’acqua, con tanto di torre e bastioni dove mi aspettavo da un momento all’altro di veder correre e saltare il gatto con gli stivali, che ospita fra l’altro una scuola di musica e altri laboratori artigianali come quello dove si costruiscono strumenti musicali antichi e moderni.


Berlino che stupisce con architetture moderne e audaci:
il Sony-Center (Potsdamer Platz)

Consapevoli di non aver visto tutto ciò che Berlino offre al visitatore, abbiamo salutato la città con un arrivederci a presto perché siamo sicuri che, nel frattempo, si apriranno nuovi spazi e si costruiranno nuovi edifici che consolideranno la fama di Berlino come capitale instancabile e dinamica e noi saremo lì a seguire e documentare i suoi eclettici mutamenti.

Sabrina Bottaro

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